Résister. Persone, non simboli
L’appuntamento con la rubrica di Riforma dedicata alle donne che resistono
Donne senza velo che si tagliano ciocche di capelli; ragazze bellissime, con gli occhi truccati, che fumano e con la sigaretta danno fuoco alle foto dell’Ayatollah Khamenei. Sono immagini che fanno subito il giro del mondo e accendono la fantasia degli occidentali, che alimentano la vecchia semplificazione fra “occidente democratico buono” e “regime iraniano cattivo”.
Le donne iraniane sono da sempre in prima linea nella lotta per la libertà: lo sono state nella rivoluzione degli anni Settanta del ‘900 contro la monarchia dello Scià Reza Pahlavi per essere poi prontamente represse dalla Repubblica islamica, e lo sono state in seguito, perlopiù ignorate dall’Occidente, fino al movimento “Donna, vita libertà” seguito all’uccisione di Masha Amini nel 2022 per «uso improprio del velo».
Una moltitudine di donne in lotta che sono picchiate, incarcerate, torturate, uccise e che non si fermano; donne che oggi, insieme agli uomini si ribellano alla violenza della teocrazia di Teheran: ordinary people, persone comuni, come le chiama con disprezzo il regime, che già ne ha ammazzate a migliaia. In un momento tanto delicato e drammatico per l’Iran e il suo popolo, quelle figure spavalde di ragazze che camminano nelle strade di Teheran facendo tutto quello che è vietato fare diventano un simbolo di cui appropriarsi, a cui affibbiare un’etichetta morale da usare all’occasione anche per sostenere un intervento militare.
Ma noi che le guardiamo velocemente dai social dovremmo diffidare delle semplificazioni e non dimenticare che sono persone, non simboli, e già oggi il loro coraggio è cavalcato da altri, da governi e ideologie (anche occidentali) che non le rappresentano e sono pronti domani, ancora una volta, a ricacciarle in un sistema politico e sociale che non rispetta le loro richieste di uguaglianza, libertà e partecipazione.