Pascoli, tra romanzo famigliare e impegno politico
Le sfaccettature del grande poeta nel film a lui dedicato
Sui banchi di scuola spesso studiamo il movimento anarchico come inevitabilmente contrapposto a quello socialista e consideriamo fenomeni come il Partito socialista rivoluzionario di Romagna come curiosità per eruditi. Non è così, e il film Zvanì. Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli è eloquente al riguardo. Andrea Costa, che, congedandosi dall’agone rivoluzionario, saluta uno/a per uno/a le compagne e i compagni di tante lotte, incarna al tempo stesso lo spirito libertario e anarchico e la via riformista.
Per chi vuole leggere tra le righe i versi di Pascoli e le sue vicende di vita, poi, nell’opera cinematografica emerge la centralità del sentimento amoroso: l’amore per il padre, rubato tragicamente alla vita, quello per le sorelle, per entrambe, pur se in forme diverse, l’amore ambivalente e ombroso per il maestro Giosuè Carducci, l’amore come anelito, aspirazione, desiderio di esser amato. E, non ultimo, a proposito del socialismo, l’amore per la giustizia e per gli ultimi, i deboli.
Solo chi non ha studiato con cura gli scritti di Antonio Gramsci, inoltre, può credere che il pensatore sardo liquidasse sbrigativamente il senso dell’azione e dell’opera del poeta. Basta analizzare il Quaderno 2 (XXIV), paragrafo 51. Il leader comunista tiene conto dell’intero percorso culturale e politico di Pascoli e prova a coglierne l’essenza anche attraverso i nessi con le idee di Enrico Corradini e di Luigi Mercatelli.
Poniamoci brevemente in ascolto del passaggio quasi conclusivo: «Il Pascoli aspirava a diventare il leader del popolo italiano; ma come egli stesso dice in una lettera al Mercatelli, citata in una nota precedente, il carattere ‘eroico’ delle nuove generazioni si rivolge al ‘socialismo’, come quello delle generazioni precedenti si era rivolto alla quistione nazionale: perciò il suo temperamento lo porta a farsi banditore di un socialismo nazionale che gli sembra all’altezza dei tempi. Egli è il creatore del concetto di nazione proletaria, e di altri concetti poi svolti da E. Corradini e dai nazionalisti di origine sindacalista: questo concetto in lui era molto antico. Egli si illudeva che questa sua ideologia sarebbe stata favorita dalle classi dirigenti».
E, subito dopo, la penna di Gramsci, oltre a situare il Romagnolo in una prospettiva storica, politica, finanche psicologica, coglie finemente un motivo di tensione interna alla sua poetica: «È interessante questo dissidio nello spirito pascoliano: voler essere poeta epico e aedo popolare mentre il suo temperamento era piuttosto ‘intimista’». E tuttavia, se per l’autore dei Quaderni ciò è alla base di un «dissidio artistico» di Pascoli con se stesso, che ha fra i suoi esiti anche “brutti componimenti”, nel mio piccolo scorgo in quello stesso conflitto interiore ed estetico un motivo di suggestione e di feconda tensione creativa.
Foto di Sara Moscardini: Pascoli a Castelvecchio