Le religioni, strumento politico

Politicamente si parla e si agisce, anche violentemente, sempre più spesso “in nome di Dio

 

Guardando alla storia umana, potremmo dire che le religioni sono da sempre uno strumento politico: ma che cosa distingue l’uso fatto nel passato dalla strumentalizzazione che ne viene fatta oggi? 

Questa è stata una delle domande che hanno percorso la mattinata di venerdì 16 gennaio, organizzata dal Centro culturale protestante di Torino con l’Ordine dei giornalisti del Piemonte: «Tra teologia e deontologia – Quando il sacro diventa strumento. Dalla teologia della prosperità all’uso politico dei simboli religiosi nella comunicazione politica».

Oggi il contesto è del tutto diverso, da tempo secolarizzato, ma la situazione è più complicata, è emerso dal convegno. Siamo cresciuti nell’idea della “città secolare”, ha esordito in apertura Daniele Garrone, presidente del Centro culturale protestante, cioè che lo spazio pubblico della religione si sarebbe ridotto sempre di più: sembrava un trend indiscutibile, almeno nell’occidente industrializzato. C’era l’idea di una laicità che garantiva a tutte le fedi uno spazio di espressione, senza che nessuna fosse vincolante per i poteri pubblici. Oggi la situazione è cambiata, politicamente si parla e si agisce, anche violentemente, sempre più spesso “in nome di Dio”.

 

«Dobbiamo riconoscere che ci sono torsioni tossiche all’interno delle religioni stesse», ha detto, anche senza arrivare a strumentalizzazioni vere e proprie, «dobbiamo disintossicare le parole». E ancora, «dobbiamo salvaguardare il sofferto approdo a cui siamo arrivati dopo secoli di persecuzioni, guerre di religione, roghi».

Ci siamo illusi, gli ha fatto eco il giornalista Nello Scavo, collegato da Gerusalemme, che il fatto religioso fosse qualcosa di privato che non doveva intervenire nel pubblico, e soprattutto che non riguardasse (più) il mondo cristiano, specie occidentale. Oggi verifichiamo che non è così.

La domanda successiva, a cui non è stata data risposta univoca, è se la strumentalizzazione del fatto religioso sia prerogativa o meno dei partiti di destra.

 

Numerosi gli esempi citati dai relatori (oltre a Scavo, Stefano Tallia, Paolo Naso, Gianni Armand-Pilon, Tiziana Ferrario), il conflitto fratricida nella ex-Jugoslavia, quello russo-ucraino, israelo-palestinese, la politica di Trump, fino alle rivolte in Iran soffocate nel sangue. Quel che è stato chiaro fin dall’apertura di Tallia, presidente dell’Ordine, è che l’uso (spregiudicato, ma non semplicemente strumentale) del fattore religioso da parte della politica si sposa con il nazionalismo e con una visione della propria identità in senso oppositivo, di contrapposizione a ciò che è diverso e quindi nemico. Il fenomeno stesso della persecuzione religiosa diventa oggetto di strumentalizzazione, vedi la “difesa” dei cristiani in Nigeria da parte di Trump.

Ma tutto risulta connesso, ha avvertito Scavo, occorre guardare il fenomeno nella sua globalità e complessità, considerando che una stessa religione, perseguitata da una parte, può essere persecutrice da un’altra: è necessaria una conoscenza approfondita per togliere alibi a chi utilizza la religione a fini politici.

 

Il problema, per Ferrario, non è quanto sia forte la propria identità religiosa, quanto il rispetto delle altre religioni e la tutela di uno Stato laico, avvertendo di non confondere tra regimi fondati su basi religiose e politiche che usano strumentalmente il dato religioso, e ricordando l’importanza di raccontare anche esempi virtuosi di convivenza tra religioni, come negli Emirati arabi.

È stata quindi tirata in ballo, in particolare da Naso e Armand-Pilon, la responsabilità della politica e del suo fallimento: per il primo, con la crisi della politica che potremmo definire liberal, democratica, le religioni hanno trovato un campo d’azione immenso, sostituendosi ai meccanismi della politica: la capacità di trovare mediazioni, di gestire i conflitti e la complessità del reale… Per il secondo, questa ha fallito in particolare nelle sue promesse di progresso, stabilità e giustizia. Il mondo sta andando in direzioni sempre più estremiste, e in questo contesto la contrapposizione religiosa trova uno sfogo naturale.

Ma – richiamando i soggetti interessati dal convegno – quali sono le responsabilità delle comunità religiose e del giornalismo? Come riportare il discorso religioso (ha chiesto Armand-Pilon) alla sua dimensione corretta e non strumentale, come “risalire la china” dell’estremismo?

 

Il dialogo e il confronto sono essenziali, ha detto Scavo, per la “comunità”, religiosa e non. Per noi italiani, ha rimarcato Ferrario, la risposta è la Costituzione: garantire la laicità dello Stato, che vuol dire garantire l’eguaglianza e il rispetto; tutelare la libertà religiosa, all’interno di una cornice statale laica.

Per quanto riguarda il giornalismo, ricordando ancora una volta quanto sia lacunosa la conoscenza in materia religiosa, anche soltanto rispetto al cristianesimo (per esempio la galassia dell’“evangelismo” americano, a cui spesso viene accostato il protestantesimo storico) è stata ribadita l’importanza di (in)formarsi, di decostruire stereotipi e pregiudizi, e la responsabilità di tenere alta l’attenzione su un tema che non è elitario né interesse di specialisti o dei soli credenti, ma riguarda tutti; e infine, forse innanzitutto, diffondere conoscenza: dati, non opinioni.