Anno nuovo, arroganza di sempre e problemi in più
Fra storia che si ripete e difficile costruzione del futuro
Era il 3 gennaio del 1991 quando le Camere degli Stati Uniti approvarono la richiesta del presidente George Bush senior per intervenire militarmente contro l’Iraq di Saddam Hussein, che il 2 agosto aveva invaso il Kuwait. Il 17 gennaio prendeva il via l’operazione Desert Storm, affidata dalla risoluzione Onu 678 a una coalizione di Paesi occidentali, non solo membri Nato, ma anche del mondo arabo.
Pare spontaneo esercitarsi con la ricerca delle somiglianze e differenze fra eventi della storia che, intanto, in comune hanno la violenza patita dai più deboli e i rischi che innescarono e innescano oggi. E tuttavia le similitudini si fermano ben presto. Del resto, anche la Prima Guerra del Golfo si differenziò dalla successiva, avviata con la presidenza di G. Bush junior sulla base di informazioni poi rivelatesi fallaci sulla consistenza degli armamenti non convenzionali dello Stato di Saddam. Il presidente senior seppe ascoltare le indicazioni delle Nazioni Unite, naturalmente contestabili (e infatti furono contestate, perché consentirono dei bombardamenti che portarono a tante vittime civili). Comunque la si potesse pensare, c’era ancora una parvenza di rispetto del diritto internazionale e delle procedure, nonché della stessa Onu, negli ultimi anni impotente e in balia degli eventi.
Ma non sono solo gli attori politici a poter indicare dei limiti. Nel gennaio 1991, pochi giorni dopo l’avvio di Desert Storm, il giornale delle chiese valdesi e metodiste, La luce, pubblicava il testo di una lettera che il pastore Kenneth Hougland, in servizio alla Comunità evangelica di lingua inglese presso la chiesa valdese di Torino, scrisse al presidente Bush: «Lo scopo delle risoluzioni delle Nazioni Unite [che autorizzavano l’intervento, ndr] è chiaro: l’Iraq deve lasciare il Kuwait. Rimanga fermamente aderente a questo fine…». Perché, proseguiva il testo, «se gli obiettivi della guerra dovessero allargarsi, senza il supporto delle Nazioni Unite e la maggioranza dei paesi arabi, io temo fortemente la perdita dell’appoggio popolare e lo sfascio della coalizione». Di fronte al caos in cui si trovava allora l’ex blocco sovietico, le conseguenze sarebbero state imprevedibili.
Ma la lettera non era un testo di strategia politica. Hougland parlava nell’esercizio del proprio ministerio pastorale: «il cristianesimo – proseguiva – non è solo un’espressione formale, ma una realtà vivente. Perciò condivido (…) il versetto (Salmo 96, 10) che oggi abbiamo discusso con i pastori valdesi e battisti nello studio biblico: “Dite fra le nazioni: l’Eterno regna; il mondo quindi è stabile e non sarà smosso; l’Eterno giudicherà i popoli con rettitudine». E concludeva: «Come fratello in Cristo esorto vivamente Lei e i suoi consiglieri a resistere alla tentazione di andare oltre gli obiettivi stabiliti dalle risoluzioni delle Nazioni Unite. Rimanga con umiltà davanti al Signore perché “Egli giudicherà i popoli con rettitudine”».
E oggi? La differenza fondamentale è che il quadro istituzionale mondiale è peggiorato gravemente, e non solo nelle persone o forze politiche o alleanze al momento in auge; si è proprio consumato dall’interno, ha visto erodersi i presupposti di rispetto del diritto e delle competenze; lo scenario culturale non è migliore: sfiducia e disincanto è dire poco, la preparazione del personale politico non è paragonabile a quella di un passato neppure troppo lontano.
Il raid con cui il presidente Trump ha disposto la cattura del presidente del Venezuela, uno Stato terzo (un regime, peraltro, che vari Stati non hanno riconosciuto) è tuttavia ben al di là dei limiti di cui parlava il pastore Hougland. Non c’è più (almeno così pare) un organismo che possa opporsi a eventi che non sono nemmeno guerre dichiarate, ma azioni mosse in spregio al diritto internazionale. Come si fa, in questo contesto, a chiedere alle giovani generazioni di essere positivi?