Di segni e di visioni. Medardo Rosso

L’appuntamento di aprile con la nuova rubrica di Riforma fra arte e spiritualità

 

La forma ha confini incerti, al primo sguardo sembra poco più di un sasso rotolato da un monte lontano. Come quando cominci a giocare con il racconto delle nuvole. Però, a guardar meglio, spuntano due occhi, un piccolo naso, due guance, forse una bocca con le labbra nell’istante prima di schiudersi: lo sguardo fisso su qualcosa di vicino, nell’istante prima di afferrarlo; la fame che spinge ogni altro pensiero (diritto di avere, incertezza di ottenere) indietro, in quel sasso rotolante che è la vita quando devi aspettare ogni cosa – un pezzo di pane, un giaciglio, un lavoro – da qualcun altro.

 

Medardo Rosso – nato nel 1858 a Torino, ma amava dire di esser nato in treno, trapiantato a Milano dove visse e morì, tranne un periodo parigino – realizza Bambino alle cucine economiche nel 1897: forse il ricordo di una scena vista tra le file di quelle mense popolari, nate a Padova e poi a Milano grazie a privati che offrivano un pasto caldo a chi viveva nella precarietà.

 

Sui suoi foglietti di fortuna, per strada come uno street photographer, prende appunti su anima e desideri di chi nessuno guarda: il balordo, la portinaia, questo bambino, il vecchio malato all’ospedale – e, come per magia, ce li restituisce eterei eppure concreti, immagini trattenute appena prima di svanire. Sono opere (Rosso odiava le si chiamassero sculture) in gesso, cera, e luce: che non fissa il soggetto ma lo lascia in perenne trasformazione.

 

Radicalmente anarchico, indomabile fino all’ultimo, Medardo non trasmetterà mai religiosità né fede: la sua è una verità senza redenzione, senza orpelli, senza concessioni al bello per il bello. Ma il suo sguardo trasmette sempre l’urgenza di lasciare un segno – una denuncia rabbiosamente silenziosa che sogna una società giusta, senza riuscire a credere che possa realizzarsi.

E a chi sa, per fede, che quel senso è già stato rivelato, lascia l’urgenza di comprenderlo e muoversi. Perché il futuro che si avvicina possa essere, nonostante tutto, un futuro di solidarietà.