Verità e giustizia fautrici di pace

L’intervento di Gustavo Zagrebelsky alla nuova edizione della Biennale Democrazia di Torino

 

«Su cosa si regge il mondo»: è questo il titolo della lectio tenuta dal professor Gustavo Zagrebelsky, già docente di Diritto costituzionale, nell’ambito della manifestazione Biennale Democrazia, giunta alla sua nona edizione e dedicata al conflitto, alla violenza e alla guerra.

Si vis pacem, para bellum è una locuzione che risuona sempre più spesso nei dibattiti in questi ultimi tempi, usata da chi vuole giustificare le politiche di riarmo e di guerra. Ma a questa frase si può opporre un’affermazione, questa volta di buon senso: se vuoi la pace prepara le condizioni per la pace. Una pace basata sull’equilibrio delle forze militari e sul riarmo, ci avverte il professore, è una pace finta in quanto presuppone che uno Stato per essere credibile, sia realmente disposto all’azione bellica.

 

Come possiamo contrastare questa crescente cultura di guerra e di morte? Opponendo una diversa cultura che si basi su verità, giustizia e pace, una cultura che certo deve essere fatta propria dai singoli ma poi deve coinvolgere tutti quei soggetti politici e sociali che hanno il potere di scatenare una guerra. La realtà del nostro tempo è scoraggiante ma se siamo per la pace non possiamo rinunciare alla speranza e all’impegno.

 

La verità porta alla giustizia e la giustizia porta alla pace, su questi tre elementi si regge il mondo, non si può parlare di pace se il problema della pace non viene inserito in un contesto più ampio in cui la soluzione di altri problemi concorra ad avvicinarci alla pace. Infatti, per giustificare la guerra viene usata la menzogna e la propaganda da parte delle classi dominanti, cioè da chi decide che altri, non loro, dovranno fare la guerra, dovranno morire.

 

L’invasione dell’Iraq fu giustificata con la menzogna delle armi chimiche. Solo dopo si è scoperto che quel Paese non le produceva. La propaganda di guerra, egualmente, crea canzoni per edulcorarne l’orrore e glorificare i combattenti. «Il Piave mormorava…», recita uno dei canti più noti dalla Prima Guerra mondiale. Ma chi moriva davvero nelle trincee cantava: «La tradotta che parte da Torino, a Milano non si ferma più, va diretta al Piave, cimitero di gioventù».

La guerra viene decisa da poche persone ma non loro, altre sono obbligate a farla rischiando di perdere la vita: in questa divisione sociale si ha la frattura del principio di uguaglianza rispetto alla vita. Ed esiste anche una questione generazionale: sono i giovani che perdono la vita in guerra a causa di decisioni prese da uomini e donne adulti, se non anziani. A queste ingiustizie si aggiunge un’altra ingiustizia, la morte di quelle persone che con la guerra davvero non hanno nulla a che fare, i bambini e le bambine. Emerge con forza una questione morale dietro alle scelte politiche: inaccettabile l’idea che per far la guerra si provochi consapevolmente la morte di innocenti assoluti, in primo luogo i bambini.

 

La pace non è un dono, un fatto acquisito ma piuttosto il risultato di un lavoro, di uno sforzo e dell’impegno di migliaia di persone. È necessario lavorare in vista di una costruzione di un mondo che tenda alla pace; a tal proposito dobbiamo impegnarci per la verità, perché la guerra si nutre di menzogne, impegnarci alla giustizia perché la guerra è ingiusta, sempre. Verità, giustizia e pace, agire su queste tre direttrici significa favorire il consolidarsi della democrazia e in questo nostro tempo, di vera democrazia ne abbiamo bisogno.

 

 

 

Foto di Paolo Benegiamo