La spirale della paura

Proseguiamo la riflessione sull’Europa. Fra kit di sopravvivenza e allarmi, l’angoscia può alimentare sentimenti pericolosi, come accaduto nella ex Jugoslavia

 

Un kit di sopravvivenza con acqua, cibo, farmaci e batterie, per assicurare a tutti i cittadini europei un’autosufficienza di almeno 72 ore, in caso di guerra, disastri naturali o altri stati di crisi, oltre a linee-guida per informare sulla “disponibilità di rifugi”. Sono alcune delle misure che la Commissione europea elenca nella sua Strategia dell’Unione europea per la preparazione, il nuovo piano presentato la settimana scorsa a Bruxelles. Se la notizia non vi avesse inquietati abbastanza, guardatevi il video che la commissaria Ue per la Gestione delle Crisi, Hadja Lahbib, ha realizzato per promuovere la necessità di tali misure emergenziali. Si parte con un’ironia che appare francamente fuori luogo per chiudere con un serio e accorato appello a tutte e tutti noi a prepararci al peggio, qualunque cosa ciò significhi. Musica allegra, toni divertiti, che forse vorrebbero goffamente attenuare un messaggio invece assai drammatico.

 

Mi ha richiamato alla mente che il 6 ottobre 1961 il presidente americano John Kennedy invitò la popolazione a costruirsi rifugi antiatomici, promettendo che il governo si sarebbe presto fatto carico di allestirli anche per chi non aveva i mezzi per la versione “fai da te”. Era il tempo della “Crisi dei missili” fra Stati Uniti e Unione Sovietica, il punto più vicino a un conflitto nucleare, e forse ai titoli di coda per la nostra specie, che la nostra martoriata Terra abbia conosciuto. Ma era già da diverso tempo, da anni, che i mezzi di comunicazione statunitensi stavano spiegando ai cittadini che “l’altro” fosse soltanto un impero del male. A Mosca doveva succedere qualcosa di simile, a parti invertite. Eppure, appena 15 anni prima avevano salvato il mondo insieme da Hitler. Fu il sangue freddo e il senso di responsabilità dei leader delle due superpotenze a scongiurare il peggio cui passo dopo passo sembrava inevitabile cadere, come il povero Santiago Nasar della Cronaca di una morte annunciata di Gabriel Garcia Màrquez.

 

Nei giorni scorsi è morta Svetlana Broz, figlia del primogenito del maresciallo Tito. Durante la fratricida guerra jugoslava degli anni ’90 aveva prestato il suo mestiere di cardiologa a tutti gli ospedali della Bosnia. Una guerra in casa, nel cuore dell’Europa. In una bella intervista del 2019 pubblicata dal sito Gariwo – la Foresta dei Giusti, Broz ricordava come «In Jugoslavia convivevano più di 120 gruppi etnici differenti. Cinque anni prima che scoppiasse il primo conflitto, i politici orchestrarono nei confronti della popolazione un vero e proprio metodo di controllo delle menti, attraverso i media. Lo fecero raccontando ogni giorno menzogne su un passato comune, distorcendo la storia, intimidendo, convincendo le persone che il loro vicino fosse il loro nemico. Purtroppo, se migliaia di volte ogni giorno si ascolta la stessa bugia, si inizia a crederci. È un insegnamento che ci viene dalla Seconda guerra mondiale, ai tempi di Hitler, quando Joseph Goebbels diceva “ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Dopo questi cinque anni d’indottrinamento, le persone hanno iniziato ad avere paura degli altri. Ciò è stato sufficiente ai politici per trasmettere l’idea che la guerra fosse possibile, per raggiungere l’accettazione di una necessità del conflitto da parte della popolazione. Fu una manovra di paura di massa, che però non era ancora odio. La paura è l’ultimo passo prima dell’odio».

 

In Jugoslavia, in quel modo, è iniziata la guerra, ce l’hanno ricordato con parole simili molti testimoni di quella tragedia. Svetlana Broz però ricorda come i suoi pazienti, di qualunque etnia fossero, le raccontavano che «qualcuno li aveva salvati e che qualcuno spesso apparteneva a uno dei gruppi che erano stati identificati come loro nemici. Eppure li avevano aiutati comunque, talvolta perdendo la vita per farlo, perché considerati dei traditori». Quei pazienti le raccontavano quelle vicende perché volevano mostrare che al di là delle follie con cui il regime aveva offuscato le menti, nonostante tutto rimanevano importanti battiti di umanità, e il mondo doveva saperlo. Broz si farà carico di quelle voci e ne trarrà un libro, I giusti nel tempo del male, fondamentale testimonianza del bene che resiste, nonostante tutto.

 

Tre vicende con molte analogie. Il nemico di oggi, sebbene ben sapessimo da tempo di che pasta fosse fatto, è stato amico dei nostri governanti molto a lungo. Di fronte alla sua folle iniziativa in Ucraina il resto del mondo ha reagito in maniera muscolare, e ha accantonato ogni azione diplomatica (eppure l’Europa ne è stata spesso maestra, questa sì un’eredità che vorrei comune, altro che i guerrieri omerici che qualche opinionista, guerriero de plume, rimpiange), e oggi i nostri decisori ci preparano al peggio. Che la storia non insegni nulla è oramai banalità conclamata. Che oggi non ci siano giganti ma nani nelle stanze dei bottoni è invece il vero motivo di spavento.

 

Ma nonostante tutto non possiamo arrenderci alla spirale della paura e dell’odio. Sono davvero troppi gli esempi da cui non trarre ispirazione, ma come abbiamo visto, ce ne sono anche tanti da cui farsi ispirare.