Primo Levi e l'esercizio costante della memoria

A colloquio con Marco Belpoliti, curatore della seconda edizione dell Opere complete dello scrittore torinese

Una ricorrenza che non si esaurisce in un giorno: il lavoro intorno a un’opera letteraria. Perché l'opera di Primo Levi (1919-1987) non cessa di interrogarci, da quando nel 1947 uscì la prima edizione di Se questo è un uomo: un’opera che propone sotto sempre nuove sfaccettature il problema della memoria dello sterminio (ma anche il rapporto tra letteratura e scienza, l’immaginazione del futuro, una poesia del mondo e dei suoi elementi più o meno naturali); la memoria umana di cui Levi diceva: «... è uno strumento meraviglioso ma fallace». Riporta questa affermazione Marco Belpoliti, nel suo Primo Levi di fronte e di profilo [Guanda, 2015]. Con lui, curatore della seconda edizione delle Opere complete di Levi (Einaudi 1997 e 2016) parliamo di questi temi.

Perché una nuova edizione delle Opere complete di Primo Levi?

«Sono trascorsi vent’anni, che non sono pochi. Inoltre sono emersi altri testi di Levi: la versione radiofonica di Se questo è un uomo e La tregua, la versione teatrale di Se questo è un uomo, la tesi di laurea, 20 testi nuovi, e altre cose ancora importanti. Tra queste abbiamo inserito la versione 1947 di Se questo è un uomo, con cui si apre il volume, e a seguire quella del 1958, che leggiamo ora. Sono lo stesso testo e insieme due testi differenti, come spiego nelle note. Inoltre ho scritto quasi 200 pagine nuove di commento alle opere raccontando la storia dei testi di Levi che è complessa».

Queste Opere complete in realtà complete non sono mai?

«Queste due edizioni 1997 e 2016 sono state da me realizzate senza attingere all’Archivio di Primo Levi che non è ancora disponibile. Per cui non si tratta di una edizione filologica condotta sui manoscritti ma solo ricorrendo ai dattiloscritti consegnati a Einaudi dal 1956 al 1987. Sono complete ora, perché finalmente La ricerca delle radici, sua antologia personale, è inclusa tra le Opere mentre prima era in appendice in corpo piccolo. Il terzo volume riguarderà l’“oralità” di Levi, cioè interviste e dichiarazioni. Le novità sono tante. Saranno almeno 700-800 pagine con testi dispersi, e volumi già editi. Nell’insieme un materiale sorprendente».

L’alternativa scrittore/testimone, a proposito di Levi, ha ancora senso?

«Levi è un testimone attendibile perché è uno scrittore, un grande scrittore. Cosa che fino al 1980-82 non era accettata, persino dalla critica letteraria italiana. La questione riguarda il rapporto tra la testimonianza e la letteratura, che come sappiamo funziona attraverso un elemento finzionale, attraverso la costruzione retorica, attraverso l’invenzione. Una questione ancora apertissima. Crediamo a Primo Levi perché è uno scrittore».

Una scrittura trasparente, chiara, leggibile, ma che supporta ragionamenti complessi...

«Levi è solo in apparenza limpido. Lo è il suo periodare, in realtà è pieno di oscurità come è stato detto. La critica degli ultimi venti anni ha mostrato la doppia faccia di Levi, la sua figura centauresca: chiaro e oscuro insieme. Nel mio Primo Levi di fronte e di profilo ho dato conto di questa complessità e persino contraddittorietà. Ma ci sono altri studi e saggi che mostrano le sue ambivalenze».

Levi ha fatto esperienze tragicamente straordinarie, che però ha saputo governare con gli strumenti di cui disponeva? Ci manca ancora qualcosa?

«La cosa che ancora manca è l’epistolario di Levi. Ne emergerà, quando sarà edito, un uomo molto ricco umanamente, una statura straordinaria: moralità e dolore, intelligenza e sensibilità. Quando uscirà nei decenni futuri sarà una sorpresa. Un altro aspetto del poliedro Levi».

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