Stay human

Rubrica «Finestra aperta», a cura del pastore Massimo Aprile, andata in onda domenica 16 ottobre durante il «Culto evangelico», la trasmissione di Radiouno a cura della Fcei

Un famoso slogan recita «Stay human», «restiamo umani». Un invito a non perdere la nostra umanità, neanche in situazioni estreme. Uno slogan che preferirei correggere in un «diventiamo umani», perché mi pare che spesso cinismo e indifferenza siano costitutivi della nostra condizione.

I giornali della scorsa settimana si sono occupati, tra l’altro, di un fatto di cronaca assai doloroso occorso al pronto soccorso del S. Camillo di Roma. La vicenda riguarda un signore, malato terminale di tumore, che è giunto all’ospedale in preda a forti dolori, e che poi è morto in una bolgia di grida, fra gente distratta e indifferente. Sembra che un infermiere abbia detto a un medico che passava per la visita che quello era «un destinato», per indicare appunto che non c’era più niente da fare.

Non c’è nessuna crisi economica e nessuna spending review che possono giustificare una noncuranza così «inumana». Concedere a quell’uomo e ai suoi congiunti non un paravento, che pare non fosse disponibile, ma una stanza in cui lasciarlo coi suoi cari e in cui dire con un fil di voce o udire sussurrata una parola di estremo saluto e, magari, una preghiera, sarebbe stata una urgenza umana da codice rosso.

Mi è capitato in un corso di pastorale clinica negli Stati Uniti di vedere che in una saletta attigua al pronto soccorso era disponibile uno spazio da dedicare a persone alle quali veniva comunicata la morte di un loro congiunto. Un angolo appartato, un divano, un tavolino con pochi oggetti fra cui fazzoletti di carta e un telefono a disposizione per avvertire altri di quanto accaduto. È solo un esempio di come non servano grandi somme per offrire un servizio che rispetti l’umanità delle persone specie in momenti di massima vulnerabilità.

In casi come quello richiamato bastava applicare quella plurimillenaria sapienza che riconosce dignità al morire. Siamo «destinati» cioè siamo chiamati tutti a diventare umani, cioè capaci di empatia. Quando invece diventi un «destinato», perché sei un profugo, o perché non ci sono più possibilità di lavoro, o perché sei un malato terminale, puoi trovarti spogliato della tua condizione umana ed essere considerato come uno scarto, «destinato» alla discarica d’umanità, secondo la triste immagine del sociologo Bauman.

Un sistema sanitario moderno non lo si giudica solamente sulla base delle attrezzature e della bravura del suo staff medico-infermieristico, ma anche dalla capacità di essere compassionevole.

Paolo l’apostolo ha scritto che tutti gli esseri umani non sono «destinati» all’abbandono o all’ira, ma alla salvezza in Cristo Gesù (1 Tessalonicesi 5, 9). Nessun essere umano è uno scarto ma in Cristo siamo tutti rivestiti della sua umanità e della dignità di figli di Dio.

«Diventiamo umani» dunque, combattiamo il cinismo che potrebbe annidarsi anche in noi stessi e vigiliamo affinché i presidi sanitari di questo paese non trascurino il rispetto proprio per quella umanità che si prefiggono di curare.

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