Ecco, io creo nuovi cieli e una nuova terra; non ci si ricorderà più delle cose di prima
Isaia 65, 17

Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone
Luca 12, 36

I primi cristiani vivevano molto intensamente l’attesa del ritorno del Signore: l’apostolo Paolo contava di poter assistere in vita a quell’evento grandioso e definitivo.

La tensione venne meno in seguito e gli ammonimenti in questo passo di Luca, e in passi simili degli altri evangelisti, ne sono la conferma.

Forse dovremmo riscoprirla, questa dimensione dell’attesa che si è un po’ persa nel tempo. Sì, ma come?

In «Aspettando Godot», di Samuel Beckett, Vladimiro ed Estragone, i due vagabondi protagonisti, aspettano un tale signor Godot, che ha dato loro appuntamento, ma Godot non arriva.

Per i due atti del dramma essi aspettano, senza riuscire a far nulla, perdendosi in dialoghi senza senso, paralizzati da un’attesa che svuota di senso e di vita il tempo che trascorre.

Chi sia o chi rappresenti Godot non si sa, lo stesso Beckett negava di saperlo; forse Dio stesso, che gli uomini attendono venga ad incontrare l’uomo nella storia.

Non è questa l’attesa cristiana.

Essa ha i colori della speranza, si fonda sulla fiducia in un Dio fedele, si riempie di senso nell’amore per Dio e per il prossimo, non paralizza; mette in movimento.

Secondo l’ammonimento dei due angeli (Atti 1, 11), distoglie lo sguardo fisso al cielo e lo orienta alla terra per la testimonianza e il servizio.

Come i servi della parabola, con i fianchi cinti e le lampade accese (Lc 12, 35), non solo attendiamo il ritorno del nostro Signore, ma lo speriamo e desideriamo con tutto il cuore; maranatha, vieni Signore nostro. Amen.

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