V Centenario della Riforma: un'occasione per guardare all'oggi

Potremmo interpretare questo centenario come una possibilità di interrogarci sulla nostra testimonianza oggi. 

Gli anniversari sono in genere mal sopportati dagli storici. Costringono ad una agenda che non corrisponde a quella dello studio. Eppure possono essere una straordinaria occasione pubblica, qualora la ricerca sappia incidere, correggere la memoria collettiva che sempre è deformante e produrre una riflessione condivisa. In altri paesi d’Europa questo sta accadendo riguardo al centenario della Prima guerra mondiale, mentre da noi il tutto pare ridursi alle fanfare degli alpini, almeno nella lettura dei giornali quotidiani.

Nel prossimo triennio le chiese evangeliche saranno impegnate nella preparazione del V Centenario della Riforma. Tutte le operazioni di memoria sono assai rischiose, e – per dirla brevemente – facilmente modellabili dal potere di turno. Eppure se uno Stato può costruire anche legittimamente il proprio mito civile, questo alle chiese non è permesso, posto che il loro statuto non sia parlare di loro stesse, ma proporre l’Evangelo di Gesù Cristo. Non v’è da dubitare che anche in Italia non mancheranno le celebrazioni, le conferenze e la divulgazione delle vicende del Cinquecento, e molte saranno di buona qualità. Tuttavia, è necessario chiedersi in che modo le nostre comunità possano contribuire a tale ricorrenza. E soprattutto perché debbano. A meno che non si intenda la Riforma come momento fondatore, scacciando via così l’evento della predicazione. Il rischio è come sempre quello di dire di noi, della nostra alterità rispetto al paese in cui siamo stati posti, riproponendo alcuni dei nostri rispettabili miti (dall’efficiente etica protestante all’essere “quelli della Bibbia”), non lesinando magari la memoria della persecuzione. Qualora la ricorrenza diventasse una occasione per raccontare una identità protestante – e, si può star bene sicuri, non vorrebbe neanche dire raccontare davvero noi stessi e le nostre contraddizioni oggi – presenteremmo in versione stereotipata e falsante forse il mondo di ieri. In definitiva, il rischio sarebbe ancora una volta quello di dire quanto buono e giusto sia ciò che siamo e facciamo, la nostra correttezza, onestà e affidabilità: la tentazione, in senso proprio, pare evidente.

Potremmo invece interpretare questo centenario come una possibilità di interrogarci sulla nostra testimonianza oggi. Per dirla meglio, potremmo chiederci quale sia la nostra predicazione nel nostro tempo, almeno per noi che riteniamo che la Riforma abbia rimesso al centro della vita delle chiese la Scrittura e che questa ci indichi anzitutto la buona notizia di Gesù Cristo. Come dire oggi, nel solco della Riforma, il solus Christus, da cui discendono l’esclusività della grazia, della Scrittura e tutto il resto? Fin da bambini siamo forse stati abituati a distinguerci, a dire che noi non eravamo quelli dei sette sacramenti e dell’infallibilità del papa, della cresima e della transustanziazione. Ma fare di questa ricorrenza un’altra occasione di controversia anticattolica sarebbe davvero sprecare il nostro tempo. Interrogarci invece sulla nostra predicazione e sul senso della Riforma per noi oggi potrebbe portare a qualche risultato utile, per noi stessi anzitutto.

Si pongono qui almeno due temi differenti. Il primo è appunto quello della nostra testimonianza (con i corollari della comunicazione che ben conosciamo) e delle ragioni per cui oggi siamo riconosciuti o meno come chiesa cristiana. Ritorna qui il dibattito sulle nostre posizioni in materia di etica, e ciò che ne consegue. Altri hanno maggiori competenze per sciogliere questo nodo. Forse il centenario potrebbe rivelarsi una occasione utile per ribadire che tutte le nostre scelte, nella loro fragilità e contestualità, vengono assunte nel tentativo tutto umano di rispondere quell’Evangelo che abbiamo ascoltato: essere inclusivi o impegnati per la giustizia non accade per nostra bontà, ma in risposta a una vocazione.

Il secondo tema è quello del senso della Riforma per noi oggi. Alcune cose qui debbono essere dette. Il rischio di fare del cinquecentesimo anniversario una grande operazione apologetica deve essere ben presente nella nostra consapevolezza (molti ricorderanno in proposito il brutto film “Luther”). Non sta a noi difendere la storia delle nostre chiese. Anzi: proprio partendo da quella distinzione tra evento della predicazione e storia possiamo sentirci assolutamente liberi dal dover proporre qualsiasi causa apologetica, per quanto buona la riteniamo. Dovremmo essere ben consci che non esiste oggi tra gli storici nessuna credibile “interpretazione protestante” della Riforma (mentre sì, ne esiste ancora una cattolica, da cui dissentiamo profondamente). Esiste la buona o la cattiva storia, e non c’è una interpretazione autentica che noi possiamo offrire, non essendo del resto legittimati a farlo. A meno di non far primeggiare la teologia sulla storia, compiendo ancora una volta un grave errore. Al contrario, oggi la Riforma ci dice di un mondo che diventò plurale, e solo in quel senso moderno. Tra mille contraddizioni e conflitti essa produsse nuove libertà, religiose e politiche. La Riforma deve essere per noi, al di là della nostra teologia riformata, tanto Ginevra quanto il Rhode Island di Roger Williams. Non possiamo pensare di raccontare la Riforma come se si trattasse solo di Lutero, Calvino e pochi altri: fa parte di questa storia il più popolare degli anabattisti quanto il più elitario degli spirituali. In questo senso, potremmo sì indicare le chiese – al plurale – come realtà della Riforma: specie dove vi sia ancora eco delle molte rivoluzioni sociali prodotte dalla sua onda lunga, basti pensare alle questioni di genere. Dunque, proprio per questa pluralità di voci le celebrazioni dovrebbero cercare il più possibile di coinvolgere tutto il protestantesimo italiano.

In definitiva la Riforma dovrebbe essere ricordata dalle chiese – che non hanno ricevuto il compito affidato agli storici – per il profondo richiamo alla Scrittura che essa fu. Saranno celebrazioni riuscite non se un più largo pubblico conoscerà chi siamo, ma solo se in esse sarà ancora una volta presente la domanda di Gesù “Chi dite che io sia?”.  

 

Credit Immagine: Lucas Cranach the Elder [Public domain], via Wikimedia Commons

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