Consiglio ecumenico luogo di dialogo, ma è mancato spesso il coraggio della verità

Intervista al pastore Michel Charbonnier, reduce da due settimane di intenso lavoro all'Assemblea del Consiglio ecumenico delle chiese 

«A livello personale si tratta di un’esperienza unica, una immersione totale nella pluralità del cristianesimo globale che si concentra in uno spazio fisico comune. Abiti di tutti gli stili, lingue e culture differenti, culti splendidi, molto curati per fare emergere anche visivamente, con forza, tale arricchente pluralità spirituale».

Il pastore valdese Michel Charbonnier è reduce da due intense settimane in terra tedesca, a Karlsruhe, dove si è appena conclusa l’11 Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec), il grande organismo che riunisce oltre 350 chiese da 120 nazioni e che dal 2013 mancava del suo appuntamento più importante.

«Mi porto a casa tutte queste relazioni, questo mettersi in gioco di ciascuno dei presenti di fronte al mondo davanti a noi: un esercizio faticoso ma una buona dose di speranza viene dal vedere tanta gente che crede profondamente a tale processo di incontro: si incrociano grandi questioni teologiche e geopolitiche, in quello che in qualche modo mi pare un riflesso sfumato, temporaneo, fallace in quanto umano, del regno di Dio, nella direzione verso cui tutti noi credenti dovremmo provare a camminare».

Membro del Comitato centrale, il principale organo di governo del Cec fino all'Assemblea successiva, Charbonnier rileva come l’assise sia stata anche «una bella palestra dove ci si allena al dialogo e anche un luogo in cui si vive la tensione sana delle parti: il luogo sicuro di incontro deve andare di pari passo con il fatto di dirsi la verità, parlare la verità con parresia fraterna. Quindi, giusto voler proporsi quale spazio di dialogo, il che deve andare di pari passo poi con il dirsi con franchezza le cose».

Le sessioni plenarie con le discussioni legate ai vari documenti da approvare, sono state un continuo esercizio di mediazione, di dialogo e ascolto, a volte forse con il risultato di una mancanza di incisività dovuta al prestare estrema attenzione a sensibilità differenti. In tal senso varie voci hanno segnalato una mancanza di coraggio nei testi prodotti.

«Qui secondo me sta una delle fragilità di questa assise: il non essersi detto tutto, non essersi parlati sempre con verità. Credo che una delle cause sia perché ci trovavamo in Europa ed è emersa proprio una estrema fragilità delle chiese europee a livello di capacità di articolare la propria identità, di dire ciò che siamo, anche nelle criticità. Le chiese europee a mio avviso escono indebolite dal consesso: abbiamo crisi conclamate, chiese vuote, e come società siamo colpevoli di aver perpetuato un sistema economico ingiusto, in casa e in giro per il mondo: dalle dichiarazioni sembra che tutto ciò non esista. Si tratta a mio avviso di una grossa occasione mancata per fare autocoscienza seria e farsi aiutare dalla cristianità riunita. È in atto una grande azione di rimozione, ci si racconta che va tutto bene, salvo poi farsi dettare l’agenda dal resto del mondo. Penso alle posizioni sfumate sulla Russia, alla difficoltà di definire apartheid quanto Israele mette in pratica contro la popolazione palestinese, alle troppe timidezze nelle analisi profonde di vari temi, a partire dalle migrazioni. L’occasione è stata persa anche al momento della scelta dei vari organismi rappresentativi: manca una reale parità di genere, manca una distribuzione geografica equa, tutto appare ancora molto euro-centrico, ma i documenti approvati dicevano e chiedevano altro». 

A più riprese molti interventi dei delegati asiatici, latinoamericani, africani, hanno in effetti richiamato la necessità di allargare lo sguardo alle tante ingiustizie presenti sulla Terra, alle tante guerre dimenticate, al dramma delle popolazioni indigene che pagano sulla propria pelle le devastazioni conseguenti al cambiamento climatico, le cui cause sono generate a migliaia di chilometri dalle loro terre, a intere società ancora nei fatti sottoposte a trattamenti coloniali.

Charbonnier ha potuto presentare i risultati di un Gruppo di lavoro fra Cec e Chiesa cattolica, un gruppo di circa venti persone che tra un’assemblea e l’altra porta avanti una riflessione comune tra questi due organismi e che ha visto la luce all’indomani del Concilio vaticano II, nel «tentativo di consigliare le rispettive parti per migliorare la collaborazione e la comprensione reciproca in ambito ecumenico tramite documenti di indirizzo teologico per orientare il lavoro comune e le prassi delle rispettive famiglie. I due temi di approfondimento scelti per questo appuntamento appaiono oggi quasi profetici: la costruzione della Pace e le migrazioni umane».

L’Assemblea è stata dunque «Un momento per ricaricare le batterie spirituali, per continuare a lavorare verso la riconciliazione, una delle parole chiave emerse a più riprese, sapendo bene che nella Bibbia gli episodi di riconciliazione si contano sulle dita di una mano, e ci spiegano che la vera riconciliazione passa per un cambiamento radicale della tua identità, non di quella dell’altro».

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