Smettere con l’idolatria di sé

Un giorno una parola – commento a Giona 2, 9

Quelli che onorano gli idoli vani allontanano da sé la grazia
Giona 2, 9

Il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno
I Giovanni 2, 17

L’idolatria nacque con l’uomo. Adamo, infatti, reputò fallace la volontà di Dio che imponeva dei limiti ai suoi desideri: «Chi è Lui che mi impone questi veti, forse le mie esigenze non contano nulla?». E lì finì la pace tra Dio e l’umanità.

In pratica l’idolatria (quella vera) nasce da una esagerata autocomprensione dell’uomo che lo spinge ad adorarsi. Talvolta, specie nell’ambito religioso, lo stesso Dio è plasmato e configurato a seconda delle proprie ambizioni o del proprio tornaconto, con buona pace di  “Non avere altri dei oltre a me” (Deuteronomio 5, 7).

Il Salmo 135 ci dice che gli idoli, opera di mano d’uomo, hanno bocca e non parlano; hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono e non hanno respiro alcuno nella loro bocca… in pratica gli idoli sono la raffigurazione di una persona priva di vita. Già qui possiamo giungere ad una prima conclusione: l’idolatria di sé ci omologa a degli zombi, ovvero a dei morti che camminano.

Questa condizione di morte è inconciliabile con l’essere figli del Dio Vivente.

Dunque, per chi crede, è quanto mai attuale la parola di Pietro in Atti 5, 29: «Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini».

Recuperando il ruolo e la dignità di creatura, l’uomo potrà riposarsi dal rincorrere il proprio interesse o la propria voglia di autoaffermazione perché potrà vivere nella pace offertagli da Cristo che ha umiliato se stesso per poi essere innalzato alle vette della gloria dal Padre.

In pratica: quelli che onorano se stessi, non conosceranno la grazia. La conversione non è altro che questo: smettere con l’idolatria di sé e riconoscere il primato del Padre celeste.

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