L’emergenza sbagliata

Marta Bernardini racconta il lavoro di Mediterranean Hope nell’accogliere i migranti a Lampedusa e le risposte politiche mancanti

Le migrazioni attraverso il Mediterraneo sono state per anni al centro della principale discussione mediatica e politica, per poi essere improvvisamente relegate agli angoli del dibattito, se non in modo generico e allarmista. Nel frattempo però sono cambiate ben poco le strategie che vengono attuate a livello pratico, nonostante il frequente alternarsi dei governi negli ultimi anni. In questi giorni, ad esempio, il premier Draghi ha incontrato il presidente turco Erdogan, sottolineando tra le altre cose la rinnovata richiesta ad Ankara di porsi come filtro ai migranti che intendono attraversare il paese per raggiungere l’Europa; così facendo si esternalizza di fatto la frontiera dell’Unione e si mettono in secondo piano, se non terzo o quarto, i diritti e le sofferenze di chi cerca asilo. Un discorso simile a quello posto dal presidente della Repubblica Mattarella che, in viaggio in Zambia, ha citato tra i pilastri dell’alleanza tra i due paesi la collaborazione sulla gestione dei migranti: la Zambia, quindi, dovrebbe aiutarci a far arrivare meno persone sulle nostre coste. In questo modo il soccorso e l’accoglienza dei migranti ricade sulle spalle di chi si sostituisce alle istituzioni, cercando di aiutare chi parte dalle coste nordafricane verso l’Italia.

Nell’ambito di «Cominciamo Bene», trasmissione di Radio Beckwith evangelicaabbiamo intervistato Marta Bernardini, che con Mediterranean Hope (il programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia – Fcei) si trova in questi giorni a Lampedusa. Il progetto, ci ricorda, «è attivo dal 2014 con un osservatorio sulle migrazioni [per] monitorare quello che accade nel Mar Mediterraneo, che coinvolge anche Lampedusa stessa. Facciamo anche tanto lavoro insieme alla comunità locale e con alcune realtà che sono presenti da tempo sull’isola e con cui cerchiamo di costruire insieme quest’idea di comunità». Risponde di sì, quando le chiediamo se in queste settimane si noti un aumento delle partenze. «Ci sono stati diversi arrivi di imbarcazioni, sia dalla Libia sia dalla Tunisia. Al momento siamo nello stesso trend dell’anno scorso», ci dice, smentendo ancora il tono emergenziale delle dichiarazioni politiche.

I paesi di origine sono molto vari: Bernardini cita Pakistan, Bangladesh, Ghana e Gambia. A colpirla è la presenza di molte persone e famiglie tunisine, visto che spesso la Tunisia è più che altro un luogo di partenza di migranti provenienti da paesi terzi. I tunisini che incontra prendono il mare dopo aver cercato, invano, di ottenere un visto legale. A stupire, ci racconta Bernardini, è la lucidità con cui raccontano la loro decisione, elencano le molte vie regolari tentate invano per poter, magari, ricongiungersi con parenti che sono già in Italia. Raccontano di emigrare per cercare lavoro, o per studiare, oppure per seguire la famiglia: gli stessi motivi per cui si emigra dall’Italia.

Anche i problemi da per i quali le persone decidono di mettersi in fuga sono tanti. Chi arriva dalla Tunisia racconta di un paese che sta affrontando «una grave crisi su più piani, economica, politica, sociale». Non sembra ancora notarsi l’effetto a cascata della guerra in Ucraina, che sta interessando a distanza i molti paesi che dipendono dai beni alimentari ora bloccati nel Mar Nero, ma «lo scenario internazionale non sta aiutando e sicuramente non aiuterà». 

A proposito della guerra in Ucraina, Bernardini ci conferma di aver notato una netta differenza, a livello istituzionale, nell’accoglienza. Per i rifugiati ucraini l’Europa ha spalancato, giustamente, le porte, con generosità ed efficienza. L’opposto di quello che accade per tutti gli altri. «Le condizioni con le quali le persone vengono accolte a Lampedusa sono al limite dell’indecenza. Il centro di prima identificazione, cioè l’hotspot, ha dovuto ospitare nei giorni scorsi molte più persone della sua capienza, in scarse in condizioni igienico-sanitarie. Ora [chiudiamo l'articolo lunedì 11 luglio, ndr] sono in corso i trasferimenti verso destinazioni varie, che stanno portando a un progressivo svuotamento della struttura. Siccome però il tempo e le condizioni del mare stanno migliorando, è da prevedere che ci siano altri arrivi nei prossimi giorni». Bernardini ci parla di scarsa volontà politica, che oltre a pesare sui migranti finisce anche sulla comunità locale dell’isola.

In conclusione, spiega di essere d’accordo con l’uso della parola “emergenza” per descrivere la situazione, ma non sulla natura di questa emergenza. Non è quella della gestione degli arrivi, bensì quella che riguarda «tutte le persone che non arrivano perché muoiono nel Mediterraneo, o meglio: [che] vengono fatte morire nel Mediterraneo. [le persone] che spariscono o che addirittura sono bloccate in tutte le frontiere del nostro mondo, che può essere la Libia, la Turchia, la rotta balcanica. [Tutte] le persone che continuano a non poter esercitare il loro diritto di scegliere, di autodeterminarsi, di partire e cercare un luogo diverso dove vivere. Ecco, questa è la vera emergenza e questa è la violenza politica, istituzionale, anche sistemica, che continua e che noi vediamo in modo chiaro tutti i giorni».

 

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