Ghiacciai: necessario monitoraggio continuo

Dopo il crollo alla Marmolada si accende l’attenzione sulle montagne in crisi causa le alte temperature

A pochi giorni dalla tragedia della Marmolada, cresce l’attenzione e la preoccupazione per i ghiacciai alpini, messi in crisi dalle alte temperature, effetto del cambiamento climatico. Preoccupazioni che negli ultimi giorni hanno portato a una serie di chiusure e divieti di percorsi ritenuti a rischio.

Notizia di pochi giorni fa l’ordinanza emessa da Alessandro Bonacci, sindaco di Macugnaga, comune del Verbano Cusio-Ossola, che ha interdetto l’escursione del Lago delle Locce, 2220 metri in valle Anzasca che si affaccia sulla parte est del Monte Rosa sotto la punta Tre Amici. "In considerazione del perdurare delle condizioni climatiche che interessano anche il nostro territorio, visti gli eventi che si sono verificati nei giorni scorsi si è ritenuto necessario effettuare una verifica sulle condizioni di sicurezza", si legge nel documento.

Timori che riguardano anche l'area del Cervino e che hanno portato a escludere dal tracciato di tre gare di corsa in montagna il ghiacciaio di Plateau Rosa. Al di là delle paure generate da un episodio così drammatico, si avverte la necessità di comprendere quale sia la dinamica che interessa i ghiacciai dell’arco alpino in modo da intervenire nel modo più efficace possibile, per prevenire le conseguenze di fenomeni come quello osservato nella Marmolada. Abbiamo raggiunto Marta Chiarle, coordinatrice dei monitoraggi sui ghiacciai delle Alpi Occidentali per il Comitato Glaciologico Italiano, a cui abbiamo rivolto alcune domande, partendo da quella che da più parti è risuonata nel corso della settimana.

Quello che è successo era prevedibile?

«Pronunciarsi sul fatto che l’evento fosse o meno prevedibile risulta al momento prematuro: sarà necessario studiare dettagliatamente la zona, analizzare le immagini immediatamente precedenti l’accaduto e raccogliere tutti i dati disponibili. Solo allora sarà possibile stabilire se fossero presenti segnali che lasciassero presagire quanto accaduto. C’è da dire che allo stato attuale, in assenza di un piano organico, anche ci fossero stati indizi difficilmente ci sarebbe stato qualcuno in grado di coglierli».

Quali sono le azioni da mettere in campo nell’immediato?

«Eventi così disastrosi devono lasciare un’eredità, sia in termini di consapevolezza sul fatto che il cambiamento climatico è un fatto reale e già tangibile, sia nella predisposizione di una strategia sistematica di osservazione, passando da una concezione emergenziale a un approccio più sistematico che consenta una verifica periodica delle condizioni dei ghiacciai in modo da accorgersi dove e come questi stanno modificando il loro comportamento e riuscire a raccogliere le informazioni che oggi non siamo in grado di recepire».

Quale approccio avete come comitato nello studio del comportamento dei ghiacciai?

«Quello che noi facciamo è analizzare gli eventi accaduti per comprendere i meccanismi che li hanno determinati in modo da fornire strumenti interpretativi, di metodo e anche di carattere tecnologico. Strumenti che però devono necessariamente tradursi in un’applicazione sistematica alle politiche di gestione dell’uso del territorio e all’osservazione costante».

Quali sono i principali fattori per determinare lo stato dei ghiacciai?

«Esistono una serie di condizioni predisponenti come la posizione sul versante, l’esposizione, e le condizioni climatiche, quali la quantità di neve caduta, la velocità di scioglimento e le temperature, ma anche le precipitazioni intense. Esistono poi degli indicatori che consentono di seguire l’evoluzione dei ghiacciai e capire quando questi stanno entrando in una fase di stabilità. Il più importante è rappresentato da quelle che vengono definite velocità superficiali: i ghiacciai, essendo sostanzialmente dei fiumi di acqua gelata, tendono a fluire verso il basso spinti dalla forza di gravità. Normalmente queste velocità di movimento hanno una ciclicità stagionale, quindi nel momento in cui ci accorgiamo che queste velocità hanno degli andamenti anomali, per il tipo di ghiacciaio preso in considerazione, possiamo ipotizzare che questo stia entrando in una fase di collasso».

 

Foto di Samuele Revel: la Marmolada

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