Frontiere solidali: i numeri dei primi 4 mesi

Il progetto di Medu - Medici per i diritti umani è attivo a Oulx, sul confine italo francese

Dall’inizio di quest’anno Medici per i Diritti Umani, organizzazione umanitaria e di solidarietà internazionale, senza fini di lucro e indipendente, ha avviato a Oulx, in provincia di Torino, il progetto Frontiere Solidali per fornire assistenza medica e non solo alle migliaia di migranti che ogni anno attraversano la frontiera alpina nord-occidentale per raggiungere la Francia. Frontiere Solidali si inserisce all’interno del progetto d’accoglienza territoriale Migralp, nel quale sono coinvolte le amministrazioni di Oulx, Bardonecchia e Bussoleno, oltre all’ormai stabile presenza di Rainbow for Africa che da anni mette a disposizione la struttura ambulatoriale e personale medico. 

A portare avanti il progetto è un gruppo di lavoro composto da una coordinatrice di progetto, medici, mediatori culturali, antropologi, esperti legali e ricercatori che operano quattro giorni a settimana all’interno del Rifugio Fraternità Massi, gestito dalla cooperativa Talità Kum. All’inizio di questa settimana Medu ha diffuso il report relativo all’attività dei primi 4 mesi dell’anno, che ha visto arrivare al rifugio 1814 persone, tra cui 66 famiglie e 132 minori stranieri non accompagnati. Sono state 2116 le partenze, superiori agli arrivi in quanto alcune persone che vengono respinte alla frontiera tornano al rifugio per poi tentare nuovamente l’attraversamento. «Dopo un calo alla fine del 2021 - spiega Piero Gorza di Medu - gli arrivi sono tornati ad aumentare dall’inizio dell’anno. Si tratta, nel 60% dei casi, di persone che hanno percorso la cosiddetta rotta balcanica e di provenienza afghana, iraniana o curda. Ma continua costante una presenza africana, distribuita tra i territori Sub-Sahariani, orientali e settentrionali».

Nei primi quattro mesi Medu riporta che sono state 1.079 le persone che hanno avuto accesso ad uno screening sanitario e ad un primo bilancio di salute presso l’ambulatorio del rifugio e di queste 320 sono state visitate in maniera più approfondita. «Si tratta di persone che hanno camminato per migliaia di km, per cui i primi problemi sono infezioni cutanee, dolori muscolo-scheletrici, cefalee, insonnia e scabbia. Il periodo invernale è poi caratterizzato da lesioni da freddo, ipotermie, congelamento degli arti inferiori e superiori e sintomi influenzali. In più c’è la componente pediatrica, dato l’arrivo di numerosi bambini, spesso molto piccoli, e ginecologica, poiché molte donne arrivano qui in gravidanza anche avanzata. C’è poi l’aspetto delle violenze subite sia nei paesi d’origine che durante il viaggio: abbiamo spesso osservato esiti di fratture, lesioni da bruciature, ferite da taglio e amputazioni che, oltre a costituire un’ulteriore difficoltà nel viaggio, portano importanti problematiche psicologiche».

Il confine dell’Alta Val di Susa, insieme a quello di Ventimiglia, resta il passaggio della maggior parte della rotta migratoria che solo raramente decide di concludere il suo viaggio in Italia: «Una volta varcata la frontiera italiana - spiega Gorzio - la quasi totalità delle persone non si ferma né a Trieste, né a Milano o a Torino, ma cerca di continuare il percorso attraversando il confine francese, convinti che la parte più dura e pericolosa del viaggio sia alle spalle».

Ma non sempre è così: oltre ai 669 respinti al Monginevro e i 344 al Frejus, la militarizzazione del confine ha portato, all’inizio dell’anno, alla morte di 2 migranti: Fathallah Blafhail, 32 anni di origine marocchina, annegato nella diga del Freney nei pressi di Modane, e Ullah Rezwan Sheyzad, 15 anni di origine afghana, stritolato sotto le rotaie del treno. «Sia qui che a Ventimiglia il confine italo-francese è caratterizzato da una vera e propria caccia all’uomo, con ingenti forze militari e di polizia impiegate e attraverso i mezzi tecnologici che abbiamo imparato a conoscere. Il risultato è duplice: da una parte continuano a morire le persone, dall’altro si assiste a un maggior ricorso al passaggio prezzolato, e si alimenta così il malaffare. In nome dell’ordine pubblico e della sicurezza internazionale si sospende Schengen, si restituiscono frontiere e il risultato è che a pagarne il prezzo più alto sono i più vulnerabili».

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