Le immagini oltre la visione emotiva

Foto di guerra, di migranti, di morte: come far sì che suscitino anche ragionamento critico?

Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono ormai 100 milioni le persone costrette a lasciare forzatamente la loro casa. Sono le vittime dirette e indirette di quelli che Caritas ha calcolato essere gli oltre 300 conflitti in corso nel mondo. Il più recente, e il più noto a noi europei, è sicuramente quello che ha provocato finora la fuga di otto milioni di ucraine, per lo più donne, rifugiatesi nei paesi limitrofi, come la Polonia.

Nel nostro immaginario sono vivide le scene di persone intente ad attraversare i confini percorrendo rotte talmente insicure da risultare, in alcuni casi, addirittura mortali. E tutto ciò perché non si possiede un documento idoneo, il visto, utile a superare regolarmente quella stessa frontiera. Le testimonianze di chi compie questi tragitti sono raccolte e diffuse da alcune figure, che da anni riportano con modi e strumenti differenti, quanto accade nel mondo: giornaliste, operatrici umanitarie, fotografe e videomaker. Sono loro ad aver costruito la narrazione attuale su quanto accade in queste zone del mondo dove, senza questo sguardo – e presenza – accadrebbero molti fatti di cui non sapremmo mai nulla.

Grazie al loro lavoro e alla loro scelta di pubblicare queste informazioni, riusciamo a distinguere le immagini di un conflitto armato da quelle di una manifestazione in piazza anche quando non sono state vissute in prima persona. E le stesse immagini diventano dei documenti storici che appartengono alla nostra memoria e sulle quali avviene, in parte, un processo di costruzione della nostra stessa identità di italiani ed europei. O almeno questo è uno dei motivi per cui, sin dall’antichità, sentiamo l’esigenza di lasciare delle tracce visive del nostro passaggio sulla terra. Basti pensare ai segni sulle pareti delle caverne o alle prime incisioni su altro genere di manufatti che narravano quanto accadeva, nella sfera pubblica e in quella privata, della vita di ogni individuo.

E ogni epoca, e ancor prima ogni evento nel mondo, è contrassegnato da un’immagine: Kim Phúc bambina che, nel 1972, corre nuda e in lacrime dopo un bombardamento è, per tutti noi, il simbolo della guerra in Vietnam; gli occhi verdi di Sharbat Gula, ritratti da Steve Mc Curry nel 1985, sono diventati l’emblema dell’Afghanistan. E ancora: le barche di legno sovraccariche di persone ci ricordano quanto avviene quotidianamente nel Mediterraneo centrale, i pick up stracarichi le traversate dei migranti nel deserto, mentre, per esempio, il filo spinato tra le mani dei bambini ci porta immediatamente al confine tra Messico e Stati Uniti. Sono testimonianze che hanno contribuito a codificare e a costruire la nostra visione dell’immigrazione nel mondo e dei conflitti che la provocano. Immagini che ci emozionano e che dovrebbero essere assunte come materiale su cui sviluppare dei ragionamenti e delle strategie politiche. Ma che, invece, il più delle volte, rimangono a sollecitare delle reazioni viscerali e di conseguenza impulsive, senza che venga messa in atto una strategia lungimirante e sostenibile.

Basti pensare alla già citata foto di Alan Kurdi che, in men che non si dica, è stata presa come ispirazione per una delle più efferate politiche europee, ovvero l’accordo tra le Istituzioni europee e quelle turche, siglato a marzo del 2016, per controllare il flusso di persone tra un paese e l’altro. Una delle prime mosse di esternalizzazione delle frontiere messe in atto dall’UE che hanno portato negli anni a raggiungere delle cifre economiche pari a milioni di euro a fronte di risultati degradanti in termini di tutela dei diritti umani. Però hanno contribuito a creare l’agognata immagine di Fortezza Europea che rassicura molti dei suoi cittadini timorosi dell’invasione, comunicando che questa struttura sarebbe anche in grado di ridurre – se non evitare – le morti in mare. Un meccanismo presto smontato dalle oltre mille persone che ogni anno perdono la vita nel Mediterraneo, centrale e orientale.

Il caso più recente di rappresentazione emotiva di un fenomeno attraverso le immagini è sicuramente quello della migrazione di milioni di persone ucraine. Le foto sono sempre state accompagnate da commenti indirizzati a cogliere gli elementi di vicinanza a noi europei, tentando così di rafforzare il senso di timore del conflitto e renderci tutti più empatici. Se da un lato ciò è apprezzabile, dall’altro però ha rischiato di creare una classifica dei migranti con conseguenze evidenti in termini di gestione degli arrivi e dell’accoglienza. Ora, i posti si trovano per le donne ucraine mentre per chi arriva dal mare dopo essere stato soccorso da una nave umanitaria, ancora si discute sulle tempistiche di attracco della stessa e sull’opportunità di queste stesse persone di poter ricevere un’accoglienza dignitosa.

Ecco quindi che valorizzare le immagini dovrebbe significare far scaturire dalle stesse dei ragionamenti empirici e non delle reazioni impulsive.

 

Foto di Mstyslav Chernov

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