Una ripresa senza qualità

Mentre si avvicina il 1° maggio, il mondo del lavoro si presenta sempre più precario e basato su troppi contratti a tempo determinato. Che futuro avranno i giovani?

 

«Il futuro me lo immagino molto precario, più vado avanti con l’età più penso che non avrò mai pensione, una cosa che non riguarda solo me ma riguarda molti altri, quando rifletto su me stessa mi sento un po’ in trappola» (Claudia).

«Ho lavorato nella ristorazione, ho fatto la rider, ho fatto la babysitter, ho venduto cose ai mercatini, ho sempre cercato di sopravvivere. Ora avendo due lavori riesco a mantenermi dignitosamente ma questo significa che arrivo alle nove a casa e crollo dal sonno e non so quando studiare» (Sabrina).

Queste sono due testimonianze raccolte poche settimane fa dalla Camera del Lavoro Autonomo e Precario di Roma, ma storie simili le sentiamo da figli, nipoti, amici. Ma non c’era la ripresa? Certo: nel 2021 il Prodotto interno lordo (Pil) è salito del 6,8% (nel 2020 era crollato dell’8,9%). A febbraio il tasso di occupazione è stato del 59,6%, superando per la prima volta il dato pre-Covid del febbraio 2020 (59%). Il tasso di occupazione femminile è superiore a quello di allora di 0,5 punti e quello dei giovani di 25-34 anni di 2 punti.

Ma le buone notizie finiscono qui. Quello che preoccupa è la bassa qualità di questa nuova occupazione, senza dimenticare che il suo tasso di crescita è circa la metà di quella del Pil. A febbraio i lavoratori a tempo determinato raggiungono il numero complessivo di 3.175.000, la quota più alta dal 1977. L’80% della nuova occupazione è precaria. A Roma – dove secondo la Caritas il 26% delle persone ha problemi ad arrivare a fine mese – l’86% dei contratti a termine sono di durata inferiore al trimestre: non diversa la situazione a Milano o altrove. A livello nazionale la povertà assoluta – già molto aumentata nel 2020 – è rimasta stabile nel 2021 e anzi è ulteriormente aumentata nel Mezzogiorno (nonostante l’aumento di occupazione maggiore che nel Centro-Nord). Nell’Unione Europea, l’Italia è il paese con la più alta percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni non occupati, né inseriti in un percorso di istruzione o formazione (23,1%) e il quarto per incidenza del lavoro povero (11,3%). La crescita del Pil non comporta una crescita altrettanto sostenuta dell’occupazione, la quale a sua volta non si accompagna a un miglioramento della qualità, della sicurezza e della dignità del lavoro. 

L’annuale rapporto Istat sul Benessere equo e sostenibile ci mostra un inquietante contrasto: mentre tra gli adulti negli ultimi due anni è aumentata la percentuale di coloro che si dicono “soddisfatti della propria vita” (forse come effetto collaterale del lockdown che ha rallentato i ritmi), nella classe di età tra i 14 e i 19 anni la soddisfazione è nettamente diminuita, come pure il benessere mentale: è aumentata la quota di coloro che dicono di non avere amici su cui contare. Come afferma la sociologa Chiara Saraceno «la perdita di socialità, unita alla percezione di un orizzonte chiuso da una crisi senza fine sta bloccando emotivamente molti adolescenti».

I dati su cui abbiamo discusso finora risalgono all’inizio di febbraio, prima cioè che l’aggressione russa all’Ucraina ci precipitasse in uno scenario non più solo di pandemia e crisi economica, ma anche di guerra nel cuore dell’Europa. L’inflazione – che già era in aumento a causa della ripresa della domanda e delle strozzature nell’offerta – ora si avvicina al 6%, un tasso che non si vedeva da trent’anni (il dato è peggiore per le famiglie più povere, visto che gli aumenti sono maggiori per i beni di prima necessità). Con il Next Generation EU e con il Pnrr sembrava essersi aperta una nuova stagione di politica economica attiva e di progettualità dal forte segno sociale e ambientalista, con miliardi di euro da spendere. Invece l’accresciuta capacità di spesa sembra essere stata incanalata nelle vecchie logiche.

Sindacati, ambientalisti, studenti sono rimasti inascoltati, mentre vecchi e nuovi media davano visibilità solo a complottisti antiscientifici. Analogamente, in queste giornate di guerra si preferisce attaccare i pacifisti invece che discutere seriamente sul da farsi. La nuova situazione mette davanti a scelte difficili. Non esistono soluzioni indolori, neutre e indiscutibili. Si può ridurre la dipendenza da gas e petrolio russo limitandosi a cambiare fornitori, rilanciando carbone e nucleare o puntando con maggiore decisione verso le energie rinnovabili. La crisi economica può essere affrontata con politiche di austerità e alti tassi d’interesse, o di equità fiscale e lotta alle disuguaglianze. Si possono aumentare le spese sociali – sanità e istruzione in primis – o privilegiare le spese militari. Ma occorre dibattito vero, una spinta progettuale e conflittuale dal basso. In poche parole, serve la politica, non lo scambio di insulti in rete tra opposte tifoserie. 

 

Foto di piera.seghetti

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