Diaconia, infanzia, adolescenza. Le tappe di un lungo cammino

Il XXXI Convegno della Diaconia valdese a Firenze ha messo i più giovani al centro, celebrando anche un secolo di presenza dell’Istituto Gould nel capoluogo toscano

Sabato 12 marzo all’Istituto Gould a Firenze si è tenuto il XXXI Convegno della Diaconia, organizzato da Diaconia Valdese-CSD, Fgei, Facoltà valdese di Teologia e Tavola valdese.

Daniele Massa, membro Csd, ha posto la necessità di un nuovo approccio: il problema non sono i minori ma i problemi che gli adulti lasciano loro in termini di prospettive.

Ripercorrendo alcuni recenti interventi attuati non solo sul tema dei minori, il presidente Csd, Francesco Sciotto, ha sottolineato quanto le chiese siano l’anima dell’intervento sociale portato avanti.

L’assessora regionale alle politiche sociali, Serena Spinelli, partendo dall’indagine dell’Osservatorio regionale per l’infanzia e l’adolescenza su oltre 4.000 studenti toscani tra gli 11 e i 17 anni nella seconda fase della pandemia (è emersa la mancanza di fiducia nel paese per la costruzione del loro futuro), ha parlato della crescita della povertà educativa che colpisce di più minori che già vivono maggiori disagi. Bisogna dunque far funzionare il sistema di presa in carico in un’ottica di multidisciplinarietà e di welfare di comunità.

Nella meditazione su Matteo 5, 21-43 la moderatora Alessandra Trotta ha restituito l’immagine di un mondo non per bambini, prime vittime delle guerre e delle scelte non lungimiranti di adulti preoccupati solo del presente. Un mondo non per loro anche quello in cui Gesù ha vissuto, dove i bambini erano privi di diritti e le bambine ancora più ai margini per il solo fatto di essere tali.

Eric Noffke, professore di Nuovo Testamento, è partito dall’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci (“senza contare le donne e i bambini”), per arrivare al rivoluzionario gesto di Gesù che mette i bambini al centro in Matteo 18: un guardare il mondo dal punto di vista degli ultimi e un monito conclusivo (non scandalizzare i bambini) su cui riflettere.

Il gioco è stato al centro dell’intervento di Marco Armellini, neuropsichiatra infantile. La pandemia ha spostato il tema del gioco su dimensioni diverse rispetto a prima. Dopo il primo lockdown, il riappropriarsi delle strade ha coinvolto bambini e bambine in tutto il mondo. Il gioco è una cosa seria, permette di esprimersi in una dimensione protetta, di reinventare il mondo. La preoccupazione dovrebbe essere quella di consentire al gioco di svilupparsi.

Salvatore Cortini, membro Csd, ha ripercorso i servizi (circa cinquanta) per l’infanzia e l’adolescenza dalla Sicilia alle Alpi. Luoghi dove i ragazzi possono sviluppare amicizie e confronto, spazi di opportunità per tutta la comunità civile, presenti spesso in contesti urbanistici disastrosi, dove mancano spazi aggregativi.

Durante la tavola rotonda “Infanzia e adolescenza. I soliti ignoti”, Davide Paschetto, responsabile “Giovani e territorio” della Diaconia valdese Valli, ha sottolineato come la pandemia ha acuito disagi preesistenti e il malessere psico-fisico nei giovani che hanno difficoltà a esternarlo anche ai genitori. Il web, nuovo terreno di socializzazione, non può essere l’unico; da qui l’importanza di spazi polifunzionali dove i giovani possano essere ascoltati e stare insieme senza finalità specifica. Fondamentale il lavoro con la scuola, spesso impreparata ad affrontare situazioni concrete di difficoltà. Per Paolo Venè, responsabile area minori della Diaconia fiorentina, nessun intervento sui minori può prescindere dal rapporto con le istituzioni. Scelte virtuose, come quella toscana di non avere più di sei posti per struttura, devono però contare su risorse economiche adeguate. Allo stesso tempo, la burocrazia è un ostacolo enorme nel raggiungimento dell’autonomia e del benessere del minore. Spesso mancano le risposte istituzionali ad alcuni bisogni: il ruolo del territorio diventa cruciale. Rosaria Alleri, pedagogista, ha ripercorso l’esperienza del centro “La Noce” di Palermo, che lavora sull’educazione emotiva, perché le abilità emotive sono determinanti. Educazione emotiva che è ora al centro del dibattito pubblico con la proposta di legge sulle “competenze non cognitive” di recente approvata alla Camera. Il “trauma collettivo da Covid 19” ha creato distanza e divario generazionale. Oggi parlare di “resilienza” sembra quasi inopportuno: si attende il ritorno a uno status quo ante quando invece vanno messe in campo nuove energie trasformative.

Con un pensiero rivolto all’attuale guerra in atto, è stata una mattinata all’insegna dei temi dell’infanzia e dell’adolescenza, declinati da diversi punti di vista negli interventi che si sono susseguiti e che hanno offerto tanti spunti di riflessione e suggestioni da tenere a mente per il futuro.

Nella parte pomeridiana, dedicata ai cento anni dell’Istituto Gould a Firenze (fondato nel 1871 a Roma, fu qui trasferito nel 1922), “grazie” all’imprevista assenza dell’assessora che avrebbe dovuto intervenire, si è liberato tempo prezioso, che ha consentito di ascoltare alcune belle testimonianze di “gouldini” ed ex direttori, forse ancora più intense ed emozionanti in quanto richieste all’ultimo momento, con felice intuizione, dal pastore Francesco Sciotto, presidente della Csd e moderatore della sessione pomeridiana. 

Il quadro storico è stato tracciato da Valdo Spini, presidente della Fondazione Rosselli, che ha ricordato il contesto assai particolare dell’evangelismo fiorentino, internazionale e interdenominazionale, e la caratteristica di questo istituto, che da sempre affianca educazione e formazione professionale: una formula che, come emerso dalle testimonianze, ha consentito a molti giovani il riscatto sociale.

Una forte emozione è sfociata dalle parole di alcuni “gouldini” degli anni Sessanta-Novanta, che hanno parlato di debolezze che si sono unite fino a diventare forza, di una comunità solidale, di una vita che si è “risolta” qui, ma anche, con garbata sincerità, di alcuni (pochissimi) “fallimenti”. Molti legami sono rimasti, al di là delle distanze geografiche che la vita ha posto tra loro, molti diventati insegnanti, professionisti, anche nel campo dell’arte e dello spettacolo.

Bambini in stato di necessità, i “gouldini” sono diventati una figura caratteristica estendendo l’accoglienza a giovani esterni alle chiese: all’inizio molti orfani, poi ci furono i figli di padri emigrati dal sud in Europa, o ragazzi con famiglie difficili. Negli ultimi decenni sono nate le convenzioni con gli enti pubblici, fino ad arrivare a oggi con l’accoglienza di giovani migranti, per i quali si ripete quel percorso di riscatto che dura da un secolo e mezzo. Ma prima delle convenzioni pubbliche erano le chiese, i singoli membri, a fare vivere l’istituto: “ognuno dava quel che poteva”. Più volte viene citato lo stretto rapporto fra l’istituto e le chiese protestanti cittadine (valdese ma anche metodista, chiese dei fratelli…), e la necessità di ricordare che queste opere “sociali” sono nate soprattutto come testimonianza evangelica, un aspetto che non sempre sufficientemente sottolineato. L’impegno di questa piccola chiesa è molto al di sopra delle sue forze effettive, è stato detto, e solo una grande fede, il “sogno” e la voglia di sognare in grande, ha consentito di portarlo avanti. 

Nell’occasione è stata presentata la ristampa dell’opuscolo del XVII febbraio pubblicato in occasione del centenario (1971), e la borsa di studio promossa dalla Csd e dal Centro P. M. Vermigli per completare la storia con gli ultimi cinquant’anni: una memoria storica ancora viva e tangibile nelle parole e nelle emozioni di chi ha partecipato alla giornata.

 

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