Strade in salita per i migranti in Svizzera

Alcune recenti decisioni del Parlamento elvetico limitano i diritti di movimento e famiglia: lo dicono diverse organizzazioni umanitarie

 

La scorsa settimana, lunedì 6 dicembre, il Consiglio nazionale, una delle due camere del Parlamento svizzero (Assemblea federale) ha approvato il divieto di viaggio all’estero, anche all’interno dell’area Schengen, per le persone ammesse provvisoriamente nella Confederazione.

Questa decisione conferma quella del Consiglio degli Stati (l’altra camera del Parlamento) e va nella direzione di una modifica della Legge federale sugli stranieri e la loro integrazione.

Secondo Marco Romano (consigliere nazionale ticinese di Centro), si legge nella nota pubblicata sul sito dell’Assemblea federale «non si tratta di un inasprimento della legge ma della conferma della prassi attuale» e le eccezioni «continueranno a essere regolate a livello di ordinanza e approvate caso per caso». Già adesso, infatti, i viaggi all’estero sono sottoposti ad autorizzazione e previsti in casi di grave malattia, decesso di un familiare o per motivi umanitari.

In una prima versione sottoposta al Consiglio nazionale, erano previsti anche viaggi quali gite scolastiche, eventi sportivi o culturali, visite ai familiari, che la sinistra e i Verdi speravano fossero mantenuti. Invece è prevalsa la linea più restrittiva.

Diverse organizzazioni che si occupano di aiuto alle persone migranti hanno espresso la propria contrarietà e preoccupazione per questa decisione. L’Aiuto delle chiese evangeliche in Svizzera (Aces, conosciuta anche con la sigla Eper - Entraide Protestante Suisse - in tedesco Heks), impegnata nella lotta alla povertà e all’ingiustizia in più di trenta paesi, oltre che in Svizzera, ha sottolineato «le conseguenze catastrofiche” con una presa di posizione l’8 dicembre, in cui ricorda che questa decisione tocca più di 50.000 persone, tra cui molte sono fuggiti da Siria e Afghanistan, ma non sono riconosciute come rifugiati e per questo ottengono solo l’”ammissione provvisoria”. Molti sono in Svizzera ormai da anni (persino da decenni), a causa del perdurare di condizioni di conflitto nei loro paesi. Circa 14.000 vivono nel Paese da più di sette anni e il provvedimento le danneggia particolarmente.

Secondo l’Aces, infatti, questa misura «porta alla separazione delle famiglie» e alla violazione del diritto alla libertà di movimento e alla vita familiare sanciti dagli articoli 10 e 14 della Costituzione. L’organizzazione rifiuta di pensare che una tale restrizione, per evitare qualche abuso isolato, possa essere «di utilità pubblica»: con l’inasprimento della legge, «un padre afghano non potrà più per esempio  andare a trovare la sua famiglia rimasta in Iran», nemmeno per breve tempo. L’Aces constata regolarmente, attraverso i suoi progetti «quanto è importante per la salute mentale e la capacità di integrazione delle persone rifugiate che queste ultime possano, dopo la fuga [dai loro paesi], rivedere i loro cari».

Anche l’Osar (Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati) e l’Unhcr (Agenzia delle nazioni unite per i profughi) si sono pronunciate contro la decisione del Parlamento federale, ritenuta sproporzionata e lesiva dei diritti di numerose persone che, fuggendo dai loro paesi a causa di persecuzioni e guerre, si sono rifugiate in Europa e sperano in un ricongiungimento con le loro famiglie che si trovano in altri paesi dell’area Schengen.

Le due organizzazioni chiedono di mantenere aperte delle possibilità, per i “casi umanitari urgenti”, di viaggiare all’estero. 

Anche secondo l’Osar il provvedimento è (lo si legge in questo comunicato stampa) «incompatibile con i diritti fondamentali […] quali la libertà di movimento e il diritto alla vita familiare»; ritengono inoltre che «l’inasprimento deciso oggi non [sia] necessario, poiché i viaggi all’estero per le persone ammesse temporaneamente sono già soggetti ad autorizzazione e consentiti solo a condizioni rigorose».

Intanto, è notizia di due giorni fa che il Consiglio degli Stati ha bocciato (per 29 voti a 13) una mozione di Paul Rechsteiner (PS/SG) che chiedeva la naturalizzazione automatica per gli stranieri di nati in Svizzera (seconda generazione). Rechsteiner, unico sostenitore della mozione insieme a Lisa Mazzone (Verdi/GE), ha detto che «la Svizzera deve fare i conti con la realtà: oltre un quarto della popolazione non dispone dei diritti politici, benché sia perfettamente integrata: è nata qui, ha frequentato le scuole in Svizzera e qui lavora, insomma è integrata in tutto e per tutto nel tessuto sociale ed economico del Paese. Le manca solo il riconoscimento formale della cittadinanza».

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