Al giornalista un buon paio di scarpe e tanta umiltà

Nell’epoca dei “media” più allineati e non “scomodi”, gli ingredienti per un giornalismo d’inchiesta si trovano nella creatività e curiosità, ma anche nelle condizioni che devono essere garantite da editori e redazioni

Come nasce uninchiesta giornalistica? Non esiste ununica risposta. Ogni storia è preziosa e deve essere analizzata e sviluppata. Del resto uninchiesta ha sempre due autori: chi scrive e chi legge e qui sta la grande forza, dato che il cambiamento arriva solo se chi legge può decidere di migliorare. La notizia non è quella che arriva, ma quella che il giornalista si va a cercare e un paese in cui si portano avanti molte inchieste è un paese con più trasparenza, con meno corruzione, che funziona meglio. Le indagini nascono quindi dall’osservazione della realtà: le tematiche su cui ricercare si trovano così, raccogliendo notizie e informazioni. In Italia non se ne fanno molte, è vero, ma i giornalisti disponibili ci sono. Semmai a mancare sono le condizioni in cui poter svolgere il proprio lavoro. Per fare una inchiesta bisogna infatti avere una base di partenza. L’origine può essere molteplice: una segnalazione di qualche lettore, una lettera anonima, l’indicazione di una fonte, la curiosità o un’idea della redazione. Ma di vitale importanza è anche l’attenzione per la sicurezza di chi svolge l’inchiesta. La garanzia legale, e lo scudo preventivo di un direttore o della società editoriale.

Elementi fondamentali che, tuttavia, ai giorni nostri non tutti hanno a disposizione. I giovani giornalisti che vogliono specializzarsi nell’investigativo faticano a entrare nelle redazioni giornalistiche: sono ormai pochi i percorsi che si sviluppano all’interno delle testate, e maggiori invece le querele preventive che evirano sul nascere il lavoro del giornalista. Non c’è da stupirsi quindi se i giovani non vogliono disturbare chi sta nei posti di potere e diventano così espressione di quel giornalismo amichevole che non smuove nulla. Sia chiaro: nessuno punta il dito verso le grandi testate italiane, impegnate a sopravvivere in una lotta impari contro i media mainstream e la dilagante disinformazione.

La questione è un’altra, e ha radici profonde e di natura deontologica. Nella migliore delle ipotesi infatti oggi si chiama inchiesta il semplice camuffamento di una telecamera o di un microfono che capta la chiacchierata o la confidenza del malcapitato. Si ruba” quella registrazione e si manda subito in onda senza filtro. Si definisce inchiesta anche la pubblicazione nuda e cruda di verbali giudiziari, o di intercettazioni telefoniche e ambientali, anche se in questo caso il valore aggiunto del giornalista è praticamente pari a zero (l’inchiesta se mai la stanno facendo i magistrati o le forze di polizia giudiziaria che procedono). Siamo orfani degli insegnamenti di bottega (redazione), dei rimproveri e dei consigli dei maestri del giornalismo investigativo, della protezione degli editori. E questo vale sia per il giornalista locale sia per il giovane freelance.

È vero: il giornalismo non è un’attività di successo. E solo chi guarda oltre il carrierismo potrà godere dei risultati che questo mestiere offre. Fuori o all’interno di una redazione. Spetta anche al giovane giornalista saper sopravvivere in un mondo competitivo, tenendo gli occhi sempre aperti, con curiosità e non dimenticandosi mai le proprie origini. Perché, citando un maestro come Danilo Procaccianti, non esiste solo il modello dell’inviato di guerra, le storie ci sono ovunque, anche nelle piccole città, e il modo di porsi non cambia, il metodo è lo stesso, cambiano solamente i pericoli che devi affrontare. È possibile farlo? Sì, nel modo più antico di sempre: sacrificando il proprio tempo libero, non badando agli orari di lavoro, seguendo la propria passione. In fondo il giornalismo investigativo ha sempre visto protagonisti lupi solitari”.

Più che le domande giuste servono un buon paio di scarpe e tanta umiltà. All’origine di una inchiesta deve esserci il desiderio di un giornalista di raccontare anche quello che non appare o appare in altro modo. E infine, è inutile nascondercelo: il giornalismo investigativo ha anche bisogno di tempo, di tanto tempo. E di denaro. Con il rischio anche di fare un buco nell’acqua, in quanto il risultato non è matematicamente assicurato. Pertanto, se di tempo e strumenti per organizzare e finanziare il lavoro investigativo già nelle redazioni oggi ce ne è assai poco, immaginatevi che cosa deve affrontare un giornalista freelance o di una testata locale. Detto questo, il giornalismo d’inchiesta in Italia è ancora vivo, sotto attacco, ma comunque in grado di fornire un “servizio pubblico” fondamentale in una democrazia che si può definire tale.

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