Se per una persona su due votare non serve

Elezioni del 2 ottobre: vola il partito dell’astensione, ma i suoi significati sono tanti

Anche nel paese dove le elezioni fanno sempre più fatica a decretare un vincitore, un partito si afferma in modo indiscutibile: il partito dell’astensione. Nella recente tornata amministrativa, si è fermato poco sotto la soglia della maggioranza assoluta. Ma ha superato la metà degli aventi diritto in molte realtà, incluse le quattro metropoli al voto: Roma, Milano, Napoli e Torino. Dobbiamo davvero preoccuparci?

Precisiamo, per iniziare, che non si tratta di un fenomeno nuovo. Né, in assoluto, di un record: qualcuno ricorderà il clamoroso 38% di partecipazione alle Regionali 2014 in Emilia-Romagna. Altri paesi convivono da tempo con tassi di coinvolgimento dei cittadini simili a quelli fatti registrare dalle municipali italiane. A esso concorrono fattori diversi, di lungo e breve periodo.

Da tempo il voto ha smesso di essere un obbligo. Non solo un obbligo di legge: componenti significative di cittadini non lo percepiscono più come un dovere civico. Tanto meno come strumento per (ri)affermare la propria appartenenza a un partito, la propria adesione a una ideologia. D’altronde, i partiti sono largamente screditati e le ideologie hanno perso la loro presa sulla società. Il non-voto diventa allora sintomo di un disagio democratico che produce disaffezione e lontananza, alienazione e apatia. Sotto questa luce, non può che destare preoccupazione.

Ma il non-voto è anche espressione di protesta: contro il proprio partito, o contro i partiti tutti insieme. In questo senso, è un voto a tutto tondo: il voto-di-chi-non-vota, per citare il titolo di un vecchio volume curato da Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino.

Non a caso, la contrazione dell’affluenza, nel primo turno del 3-4 ottobre, riflette la flessione dei partiti di protesta. Il loro ciclo di successi aveva riportato ai seggi una parte di elettori disillusi e ostili. Solo il tempo ci dirà se il riflusso dell’onda populista costituisca un fenomeno transitorio. Nel frattempo, tale dinamica sconsiglia spiegazioni unidirezionali. Perché non sempre elevati tassi di partecipazione descrivono una “migliore” democrazia. Essi possono costituire, al contrario, lo specchio di società divise, conflittuali, polarizzate. Come l’Italia della Prima Repubblica, quando l’affluenza elettorale superava il 90% e milioni di elettori avevano in tasca una tessera di partito. Ma l’età dell’oro dei partiti italiani sarebbe presto degenerata in partitocrazia.

Si pensi poi agli Usa delle presidenziali 2020. La temperatura dello scontro politico ha generato un record di partecipazione elettorale. Ma anche l’assalto al Congresso. Il che segnala come i trend [le tendenze] non siano univoci, né irreversibili. Più in generale, come la partecipazione non sia necessariamente “buona”. La stessa (relativa) tenuta dell’affluenza in alcune regioni del Mezzogiorno, in corrispondenza delle recenti tornate amministrative e regionali, non testimonia necessariamente un allineamento “virtuoso” tra diverse aree. Specie quando associati al massiccio ricorso al dispositivo delle preferenze, elevati tassi di partecipazione possono diventare la spia di pratiche clientelari.

La flessione partecipativa ha poi spiegazioni contingenti. Difficile non citare la pandemia, che disincentiva la frequentazione degli spazi pubblici. Conta, poi, la relativa debolezza (e conseguente scarsa attrattività) di alcuni candidati alla poltrona di primo cittadino. Non va trascurata, infine, la situazione di “congelamento” della politica nazionale, all’epoca della larghissima coalizione a sostegno del governo Draghi. La dissonanza tra il quadro “romano” e il formato della competizione cittadina ha relegato quest’ultima in una dimensione squisitamente “locale”. E la mancanza di un significato “politico” ha contribuito ad attenuare la salienza (percepita) del voto municipale.

L’andamento dell’affluenza rispecchia dunque, nella fase attuale, la fluidità del mercato elettorale. E un approccio alla politica sempre più svincolato dalle categorie del passato, in base al quale il non-voto diventa una opzione, tra le altre. Per scegliere di recarsi alle urne, i cittadini devono dunque disporre di buone ragioni. La partita deve essere sentita come rilevante, incerta. La scelta individuale, se non decisiva, almeno “utile”. Perché il voto, da tempo, non è più il riflesso, automatico, di una fede politica. O di una qualche forma di religione civile. In tale quadro, la partecipazione rimane indubitabilmente un valore. Ma da valutare – anch’esso – in modo laico.

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