L’Italia: un Paese per giovani?

I dati erano preoccupanti, ma ora qualcosa sembra cambiare: nuove iniziative, soprattutto per il Sud Italia, e proprio con un investimento verso i giovani, più attenti alla questione ambientale

Dagli oltre due milioni di NEET, il livello più alto in Europa di giovani che non studiano, non lavorano, e non seguono percorsi formativi, (praticamente 1 su 5 tra i 15 e i 29 anni), sino alla terza e quarta generazione di figli di migranti, sono troppe le voci inascoltate di giovani destinati all’invisibilità. E poi ci sono le giovani attiviste e attivisti che al meeting di Milano PreCOP26 con Greta Thunberg hanno manifestato molto platealmente per richiamare la politica ad un’azione fattiva abbandonando proclami e roadmap perlopiù disattese.

A ben vedere una risposta forte alle istanze di una generazione che si sente defraudata del suo futuro, per un abuso perpetrato attraverso un’economia consumistica e portata alle estreme conseguenze nei confronti del pianeta e delle sue risorse, c’è ed è proprio nel Pnrr, in quel Piano nazionale per la Ripresa e la Resilienza. E mi riferisco a quanto contenuto e previsto tra l’altro dalle misure per la realizzazione della Missione 5, sull’Inclusione e la Coesione sociale. Viene infatti spiegato come questa Missione si rivolga soprattutto alle nuove generazioni per offrire loro strumenti di partecipazione attiva alla vita sociale, cultura ed economica del Paese.

Ciò che ci si auspica è che i Progetti legati alla sostenibilità che ne deriveranno potranno contrastare l’abbandono scolastico e la povertà educativa e soprattutto offrire ai giovani un bagaglio solido di competenze che diano il via a una piena attuazione della transizione digitale ed ecologica che rappresentano il cuore del Green New Deal, disegnato dall’Unione Europea. I ritardi e i divari ben rappresentati anche dal recente Rapporto Svimez, che disegna un’Italia priva di aziende di dimensioni medio-grandi al Sud e che parla di «Nord e Sud uniti nella pandemia e divisi nella ripartenza», potranno essere sovvertiti da un fenomeno sempre più evidente di ritorno al Sud delle giovani e dei giovani che attraverso questo trasferimento tecnologico portano i temi della rigenerazione urbana e lavorativa sui territori. Ma soprattutto, oltre al riequilibrio territoriale, questa “migrazione di ritorno” sta trainando anche la battaglia sulle discriminazioni di genere, culturali e salariali, che chiaramente danneggiano il progetto di sviluppo lungimirante per il nostro Paese.

Le politiche di sostegno, le riforme legate al Pnrr così come gli investimenti nel sociale potranno offrire un’altra opportunità anche alla disoccupazione giovanile, che è in calo finalmente al di sotto della doppia cifra ed era a settembre al 9,8%. Ma in questa corsa contro il tempo per un pieno raggiungimento dei 17 obiettivi globali dell’Agenda 2030, mainstream dei movimenti di protesta ambientalista, rileviamo un vuoto generazionale nella politica, che tranne rari esempi necessita di un pieno rinnovamento. Lo stesso impeto che stanno applicando le aziende virando su una dovuta priorità verso i bilanci sociali e l’irrobustimento nella crescita delle società benefit, nonostante i ritardi sulla piena attuazione della riforma del terzo settore. L’attivismo giovanile è stato molto presente nelle elezioni amministrative e così sul territorio tanti sono gli esempi di Scuole di Politica che fioriscono sullo sforzo anche delle Scuole statali e non verso una diffusione di un’educazione civica calata nella realtà di una piena coscienza e responsabilità sociale comune.

Tutti temi che saranno trattati alla Biennale della Democrazia a Torino nella prima settimana di Ottobre e dove tra le altre testimonianze sarà importante quella della Scuola di Prime Minister, una scuola di politica per giovani donne di età compresa fra 14 e 18 anni che vogliono intraprendere un percorso di formazione alla Politica, intesa come capacità di interpretare e guidare la società attraverso una piena attivazione civica. Le studentesse della Scuola vivono così un’esperienza di empowerment, che passa dal rafforzamento delle loro conoscenze e competenze trasversali, e crea una comunità pronta a sostenerle.

Con otto scuole distribuite in Italia e oltre 250 partecipanti e quattro straordinarie fondatrici: Florinda Saieva, Denise Didio, Angela Laurenza ed Evita Cammerino, questo è un fulgido esempio di risposta dei giovani e della grande sensibilità che contraddistingue una Generazione Z della quale dobbiamo essere fieri e orgogliosi. Il progetto che tra i vari sostenitori vede come sponsor principale a livello nazionale la Global Thinking Foundation raccoglie nelle sue lezioni esperienze e testimonianze di personalità della politica come del mondo accademico e imprenditoriale, permettendo così alle ragazze di diventare testimoni del bene comune e fautrici del cambiamento.

Inoltre portando un programma di educazione civica unito all’educazione finanziaria con il “Progetto Libere di…VIVERE” si è concretizzato un impatto sociale sul benessere sociale e finanziario delle partecipanti che incoraggia a dare seguito alle richieste pressanti del Comitato nazionale per l’Educazione Finanziaria, ribadite nuovamente in questo Mese dell’Educazione finanziaria, per far entrare anche i temi del risparmio e dei pagamenti digitali definitivamente nei programmi scolastici.

Tante altre scuole di politica stanno nascendo con l’aiuto del mondo accademico che soprattutto in Italia sta rivedendo e riformando la propria offerta educativa per trovare una soluzione efficace all’esigenza di avere una frequenza fisica e in sicurezza, comunque prioritaria, e al contempo offrire digitalmente la possibilità di non perdere lezioni, permettere un utilizzo “a rotazione” delle aule, venire incontro agli studenti fuori sede. Sarebbe auspicabile che la stessa flessibilità e apertura al dialogo offerta dal ministero dell'Università nonostante abbia la delega senza portafoglio, fosse dimostrata dal Ministero dell’Istruzione, che dovrà al più presto mettere mano ai programmi scolastici, fermi da troppo tempo.

Occorre iniziare dai più piccoli se si vuole avere un miglioramento delle competenze che sovverta quanto emerso dagli “Invalsi” e dalle rilevazioni “PISA” dell’OCSE, e aiuti fattivamente il Paese a essere un “paese per giovani” per non rassegnarsi ad essere additato solo come il più “vecchio” del mondo, dopo il Giappone.

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