Collezionismi e ossessioni: un sottile equilibrio

A questo tema è dedicato il dossier del numero di agosto del mensile free presse L'Eco delle valli valdesi già in distribuzione in questi giorni

Perché si collezionano, per lo più, oggetti? È un’usanza figlia della nostra epoca oppure affonda le sue origini nella notte dei tempi? Sono solo alcune delle domande che ci siamo posti quando abbiamo deciso di affrontare questo argomento.

Domande a cui non abbiamo trovato risposte ma solo alcune ipotesi, e quindi la decisione è stata quella di affidarci a un professionista che potesse darci delle chiavi di lettura “scientifiche” per capire meglio il mondo dei collezionisti. La scelta è ricaduta su Vito Tummino, dirigente psicologo clinico presso l’Ospedale S. Anna di Como e membro della chiesa valdese della stessa città. «Il collezionare fa parte di un’istanza umana che tende ad avere degli oggetti per mostrarli per narcisismo, oppure ad attribuire loro dei valori simbolici. C’è poi un aspetto legato al concetto di protezione, gli oggetti conservati possono darci una certa sicurezza».

E questo esempio va a rispondere a una delle nostre prime domande e cioè l’origine di questa “usanza”. «Già nell’antica Grecia le persone erano solite farsi seppellire con oggetti a cui erano legate: amuleti, manufatti di terracotta. Quindi il collezionare è una pratica che contraddistingue l’essere umano da sempre». Possiamo trovare molti esempi di collezioni che hanno caratterizzato il nostro modo di vivere; Tummino ne cita uno su tutti. «Pensiamo alle figurine dei calciatori: l’idea della società Panini è stata geniale: per i bambini poter vedere raffigurati i propri “eroi”, catalogarli, scambiarli, cercarli è stato qualcosa di molto importante, ha creato un “mondo”».

Questo tipo di collezione però prevede una sua naturale conclusione: terminato l’album, terminata la ricerca e la raccolta. «È vero fino a un certo punto – aggiunge Tummino –, ma poi le persone iniziano a collezionare gli album completi e quindi anche in questo caso non c’è una “fine”». L’altra faccia della medaglia di questa attività è che essa può sconfinare nell’accumulare in maniera seriale oggetti di vario tipo. «Il collezionare può diventare una forma di ossessione, con questa attività andiamo a colmare degli spazi nella nostra psiche che sono vuoti. Spazi con cui non vogliamo o fatichiamo a confrontarci e quindi ci rifugiamo nell’accumulare ogni sorta di oggetto: vecchi biglietti trovati in terra, vestiti, giornali con cui riempiano la nostra casa e molti altri sono gli esempi che potremmo citare. Decade quindi la questione dello scambio, del socializzare la collezione, l’oggetto diventa fine a sé stesso, rimane circoscritto all’interno della propria casa e solo la persona direttamente interessata lo può contemplare. Questo comportamento porta le persone a non porsi più delle domande, a volte a condurre una vita apparentemente normale fuori dalle mura domestiche anche se i rapporti interpersonali diventano sempre più sporadici e le mancanze diventano quelle legate agli oggetti e non più alle relazioni, agli affetti».

A livello di numeri questo tipo di patologia ha una sua rilevanza? «Diciamo che le ossessioni si nascondono bene, come dicevamo prima una persona può apparire “normale” ma avere seri problemi ben camuffati. Inoltre il collezionare, di per sé un’attività “normale”, può virare verso la patologia in concomitanza con un evento funesto, come a esempio la pandemia. L’accumulare dà un senso di sicurezza perché va a colmare delle lacune che invece dovremmo colmare con un esame di coscienza e chiedendo di essere aiutati», conclude Tummino. Collezionare quindi è sicuramente un’attività insita nell’animo umano che si declina in mille rivoli (nelle pagine di questo numero ne raccontiamo alcuni), che può essere uno strumento di socialità ma come sempre ha anche una contropartita che può essere pericolosa degenerando in comportamenti psicotici.

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