Fototessere 24: preghiera, poveri, pace, le “tre p”

Paolo Sassi e il suo impegno nella Comunità di Sant'Egidio

Proseguono gli incontri dialogati che Paolo Ricca realizza per Riforma: uomini e donne che hanno dei ruoli noti all’interno delle chiese evangeliche in Italia o nell’ambito ecumenico, ma anche persone che, pur non essendo conosciute ai più, portano con sé un’esperienza di fede significativa per tutti e tutte noi.

Paolo Sassi è nato il 24 agosto del 1964 a Spoleto e vive a Roma. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma e un dottorato di ricerca alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano, ha studiato i temi della libertà religiosa, della tutela delle minoranze e del pluralismo. È dirigente amministrativo dell’Avvocatura regionale del Lazio. Nel 1982 ha incontrato la Comunità di sant’Egidio, della quale fa parte.

– Lei è entrato a far parte della Comunità romana di Sant’Egidio appena qualche anno dopo la sua nascita avvenuta nel fatidico 1968. Perché allora prese quella decisione?

«Incontrai la Comunità – da giovane studente, qual ero – nel 1982: mi sorprese e affascinò subito. Innanzitutto, per la proposta di vivere rapporti umani sinceri e di amicizia fraterna: tante persone conosciute allora sono ancora oggi una parte importante della mia vita. Poi, perché incontrai un modo per me assolutamente inedito di leggere il Vangelo e le Scritture, non convenzionale, profondo e connesso sia con le questioni dell’esistenza personale sia con i grandi problemi del mondo. Infine, per la proposta ricevuta di un impegno libero e personale per i più poveri, cercando di vivere l’alleanza di cui parla il profeta Sofonia (3, 12) fra i poveri stessi e gli umili. La “decisione” di allora, per così dire, l’ho rinnovata volentieri fino a oggi, continuando a percorrere questa strada – umana e cristiana – di simpatia e solidarietà, in diverse stagioni della vita».

– La Comunità si è molto sviluppata, diventando una realtà internazionale. Può darci un quadro completo e aggiornato del numero delle vostre Comunità nel mondo e quello, almeno approssimativo, dei vostri membri?

«La Comunità oggi è presente in 73 paesi del mondo, con una prevalenza nel continente africano, una crescita in Asia e nelle Americhe e un’importante presenza in Europa. Non è semplice “contabilizzare” le singole comunità, che sono una rete di fraternità in cui ciascuno – pur se partecipando ad ambiti più estesi, per esempio a livello di quartiere o cittadino – è parte di un gruppo in cui è conosciuto per nome e con il quale partecipa alla vita comune. Gli ultimi tentativi di fare un “censimento” ci dicono di circa 70.000 persone che partecipano a vario titolo alla vita delle comunità nel mondo».

– Come si spiega il “successo” della Comunità, specialmente tra i giovani?

«La Comunità è nata nell’ambiente studentesco e per molti anni, all’inizio, ha conservato questa sua “prevalenza” anagrafica; molti giovani sono stati attratti dalla forza e dell’entusiasmo di un’esperienza cristiana originale che sapeva dare una risposta concreta al bisogno di non vivere solo per sé stessi e proponeva una strada per cambiare il mondo, per renderlo migliore. Oggi però – sia per i cambiamenti demografici sia perché la Comunità non crede alla separazione tra le generazioni, anzi cerca di realizzare una alleanza tra giovani e anziani – direi che siamo diventati una realtà diffusa in tutte le età della vita. I giovani di allora sono “cresciuti”, seppure cercando sempre la giovinezza spirituale, per la quale tutto può cambiare!».

– C’è una cerimonia speciale di accoglienza di una persona nella Comunità, oppure no?

«Nessuna cerimonia: come accennavo, la Comunità oggi è una realtà vasta e diversificata, che vive nelle periferie urbane come anche nei villaggi africani, diffusa tra i giovani studenti ma anche tra gli anziani delle nostre città europee, che cerca di essere inclusiva e di vivere in familiarità coi più fragili. Mi piace però l’evocazione dell’accoglienza: essa infatti – che sia rivolta a chi si affaccia per la prima volta alla preghiera comune o a un povero che chiede aiuto – è senz’altro un tratto importante dell’esperienza di sant’Egidio. I cristiani non possono essere un club anonimo e impersonale, né un’agenzia di servizi sociali. Speriamo di essere riconosciuti da come ci amiamo, quindi, per molti aspetti, anche da come accogliamo gli altri».

– Ci sono delle norme particolari (una specie di “Regola”) che i membri della Comunità devono impegnarsi a osservare, oppure no?

«Direi di no, anche se forse – a volerla proprio cercare – potrei evocare la cosiddetta regola delle tre “p”: preghiera, poveri, pace. Fedeltà alla preghiera personale e comunitaria, che è un po’ la “prima opera” della Comunità; amore concreto per i più poveri – inteso come disponibilità personale a vivere la solidarietà con i deboli e i fragili – e servizio alla pace, vissuto come impegno concreto sui grandi scenari del mondo in guerra e come passione per la fratellanza fra tutti, specie tra i cristiani. Questa identità della Comunità – che nasce nel solco del post-Concilio – è stata “riconosciuta” dalla chiesa cattolica, per la quale essa è una associazione internazionale. Lo spirito di Sant’Egidio è condiviso però da tanti cristiani e cristiane di diverse denominazioni e tradizioni. Direi che sant’Egidio cerca di essere soprattutto – al di là delle forme – una comunità di popolo, secondo l’idea di Martin Buber. A sant’Egidio esiste poi, fin dall’inizio, questa diffusa e bella realtà di amore e di servizio gratuito per i poveri che, anche se non ignora le cause politiche di molte diseguaglianze, penso andrebbe esplorata meglio anche dal punto di vista della teologia. Il povero, nella chiesa, va compreso e incluso – e anche soccorso – come fosse uno della mia famiglia. Il povero – che, come in Matteo 25, è Gesù stesso – è uno come noi, quell’uomo o quella donna fragile che potremmo essere (e talvolta siamo), colpiti dai briganti della miseria materiale o della malattia: il povero (o i popoli poveri) verso il quale dovremmo provare sempre compassione, come fece il samaritano della parabola, e fare “il simigliante”».

– So che lei e sua moglie avete adottato un bambino africano, ora adolescente: una decisione coraggiosa. Come valuta questa vostra esperienza?

«Quando, parecchi anni fa, iniziammo con Susanna il percorso dell’adozione internazionale, non avemmo per la verità la percezione di prendere una decisione così coraggiosa: ci sembrava, tutto sommato, la scelta opportuna e felice che connetteva da un lato il nostro desiderio di essere genitori, dall’altro l’amore per l’Africa, la convinzione di essere un po’ “Eurafrica” (come diceva Senghor); oltre, ovviamente, alla consapevolezza di offrire un contributo personale, con l’adozione di Matteo, alla condizione difficile di tanti bambini in Burkina Faso. Ci piaceva poi l’idea di “colorare” il mondo. Oggi il clima, anche nel nostro paese, è un po’ cambiato e vedo – con preoccupazione – che in alcuni ambienti crescono ignoranza e razzismo: ma è una ragione in più per combattere i pregiudizi e testimoniare la possibilità e la bellezza di questo modo di essere famiglia».

– Il prof. Valdo Vinay fu per molti anni fedele amico e ammiratore della Comunità, dove tenne regolarmente studi biblici, molti apprezzati dalla Comunità. Lei che cosa può dirci in proposito?

«Al ricordo di Valdo Vinay e alla sua fraterna amicizia con la Comunità è stato dedicato un bell’incontro proprio qualche mese fa, a trent’anni dalla sua scomparsa. Io sono stato, con molti della mia generazione, tra quelli che hanno sperimentato la straordinaria energia della predicazione di Valdo Vinay e la sua grande passione per l’Evangelo, letto, studiato assieme e “attualizzato”. È stato il primo cristiano evangelico che ho ascoltato predicare e debbo a lui se ho imparato – fin da giovane – a conoscere e stimare la Chiesa valdese, a praticare l’ecumenismo dell’amicizia e ad apprezzare quale grande dono sia ricevere la parola di Dio, di cui Valdo – che ha annunciato con entusiasmo il Vangelo della grazia e del perdono – è stato generosissimo dispensatore».

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