Fototessere 23: le nostre vite sono un dono di Dio

Marco Rostan: anche l’impegno nella politica è da sottoporre al vaglio critico che ci viene dalla lettura dell’Evangelo

Proseguono gli incontri dialogati che Paolo Ricca realizza per Riforma: uomini e donne che hanno dei ruoli noti all’interno delle chiese evangeliche in Italia o nell’ambito ecumenico, ma anche persone che, pur non essendo conosciute ai più, portano con sé un’esperienza di fede significativa per tutti e tutte noi.

Marco Rostan è nato a San Germano Chisone nel 1941. Dopo la laurea in Architettura, conseguita a Roma nel 1968, ha svolto la professione di insegnante di Educazione tecnica nelle scuole medie. È stato direttore della rivista Gioventù evangelica negli anni '70, ed è stato uno dei collaboratori del Centro culturale «Jacopo Lombardini» a Cinisello Balsamo dal 1979 al 1993. Ha sempre mantenuto un costante impegno in ambito sociale e culturale, con la moglie Roberta, vivendo in una “comune” a Roma e nell'altra, più numerosa, a Cinisello.

– Lei è figlio di un pastore, Ermanno Rostan, che fu anche Moderatore, ed è padre di un giovane pastore, Davide. Che cosa pensa della figura del pastore? Risponde alle attese del mondo di oggi? Il mondo ne ha bisogno, o potrebbe benissimo farne a meno?

«Per me è stato più impegnativo essere padre di Davide che figlio di Ermanno. Quanto alle attese, ci sono: basta pensare all’entusiasmo con cui le folle accolgono papa Francesco nei suoi viaggi. Il papa ha usato parole chiare per difendere i poveri, gli affamati di pane e giustizia. Nel silenzio della politica e della cultura la sua è una proposta etica forte. Tuttavia c’è qualcosa di più che essere esortati ad amare il nostro prossimo: il mondo deve ricevere la predicazione dell’Evangelo e l’annuncio che i tuoi peccati ti sono rimessi sulla croce di Cristo. Questo è il compito dei pastori e delle pastore, anche se il mondo pensa che non ce n’è alcun bisogno...».

– Lei è stato uno dei leader della gioventù evangelica italiana (ha anche diretto per anni l’omonima rivista), in quegli “anni caldi” politicamente molto spostata a sinistra. Come valuta oggi quella pagina della sua vita?


«Tra le più appassionanti perché volevamo cambiare il mondo (e anche la chiesa), perché la teoria si verificava nella pratica, dalle lotte per la scuola, la casa, la salute, i diritti... alle grandi manifestazioni per il Vietnam, alle marce per la pace, alle battaglie delle donne...».

– Molti ricordano, di allora, la frase programmatica «Ci diciamo marxisti, ci confessiamo cristiani». Qual è il senso esatto di quella affermazione? Qual è il valore della distinzione tra “dirsi” e “confessarsi”?

«Dirsi marxisti significava che nella lotta di classe i più efficaci strumenti di analisi e di comprensione della società che si vuole cambiare sono quelli elaborati da Marx, Lenin... Siamo invece stati molto critici nei confronti del marxismo come ideologia. Quindi la distinzione tra dirsi e confessarsi è fondamentale. Nessuna confusione tra fede e politica, ma al tempo stesso nessuna separazione, perché non si può vivere la fede in modo teorico al di fuori della storia, quindi dei conflitti e delle scelte. Una posizione, la nostra, assai diversa da quella di molti gruppi di “cattolici del dissenso” che vedevano il rapporto tra marxismo e cristianesimo come integrazione fra due umanesimi, cioè in termini di teologia della liberazione o rivoluzione. Con un paragone un po’ presuntuoso direi che il “dirsi marxisti” era come il pecca fortiter di Lutero, il “confessarsi cristiani” era il crede fortius (pecca fortemente ma più fortemente credi)».

– Un altro slogan di quegli anni è «tutto è politica, ma la politica non è tutto». Che cosa resta fuori da questo “tutto” della politica?

«Resta fuori la critica della politica o meglio l’autocritica. Nei tanti gruppuscoli soprattutto della sinistra, anziché prendere atto della realtà, si plasmava la realtà secondo una visione precostituita».

– Ci fu anche un’accesa polemica tra il prof. Valdo Vinay, decano della Facoltà valdese di Teologia, e “Gioventù Evangelica”. Quale fu il motivo del conflitto? Come finì?

«Vinay ci accusava di strumentalizzare l’Evangelo per sostenere le nostre posizioni di sinistra, come a suo tempo, su tutt’altro fronte, avevano fatto gli ufficiali nazisti con la scritta Gott mit uns (Dio è con noi) sul cinturone. Ma un altro professore della Facoltà, Vittorio Subilia, dopo che, durante il culto di Pasqua, nel tempio di p.za Cavour a Roma, avevamo letto un volantino e una parte dei presenti non aveva partecipato alla S. Cena, sempre per via del “no alla politica in chiesa”, Subilia mi abbracciò dicendomi: caro Rostan, oggi c’era veramente la chiesa riunita».

– Lei è stato, con sua moglie Roberta Peyrot, per diversi anni membro e animatore della Comune di Cinisello. Che cosa ha rappresentato, nella vostra vita, quella esperienza?

«È stata la più difficile e la più autentica: la porta della Comune aveva la chiave sulla toppa: il mondo ti entrava in casa...».

– Lei, laureato in Architettura, disegna volentieri e bene, ma non dipinge. O mi sbaglio? La differenza tra disegno e dipinto sta solo nell’uso del colore?

«Amo il disegno a penna o matita perché va all’essenziale, ma amo il colore e ho dipinto varie tempere. Avrei molto desiderato provare a dipingere a olio, ma quei grossi tubetti di colore erano al di sopra delle disponibilità economiche di un sedicenne figlio di pastore...».

– Suo suocero era Giorgio Peyrot, insigne giurista, protagonista assoluto, in ambito evangelico, della grande battaglia giuridica, politica, civile e morale per la libertà religiosa in Italia. Che cosa ha imparato da lui?

«La passione per le cose ben fatte, per un chiesa concepita come gerarchia di assemblee, la battaglia nel pretendere che lo Stato ci riconosca per quello che siamo e non come una variante del cattolicesimo, il costante impegno per far capire ai sinodanti che le discipline ecclesiastiche e i regolamenti non sono un’altra cosa, di tipo pratico, rispetto alla teologia. Ho imparato la coerenza, il tuo sì sia sì...».

– Giorgio Peyrot è stato uno dei maggiori artefici dell’Intesa tra la Tavola Valdese e la Repubblica Italiana. Lei che cosa pensa dell’Intesa e che giudizio ne dà ?

Mi sono formato ecclesiologicamente seguendo i dibattiti sulla necessità di passare dalla classica posizione separatista (libera chiesa in libero Stato) a quella pattizia (art. 8 della Costituzione) ma non concordataria; lo Stato non deve intromettersi e la chiesa non rivendicare privilegi (il famoso senza oneri per lo Stato). Su quell’Intesa e su quali fossero le materie da affrontare fui d’accordo. Non così per la questione otto per mille (opm). Peyrot era ovviamente contrario, Giorgio Spini disse che il “sì” e il “no” erano ugualmente legittimi, Tullio Vinay consigliò il “sì” per poi darlo tutto ai paesi poveri, Giorgio Bouchard chiese che una somma potesse essere destinata all'Ospedale evangelico di Torino. Ero membro della Tavola valdese, moderatore era Franco Giampiccoli, contrario. Il Sinodo accettò l’opm (non per le spese di culto), prima solo le scelte espresse e poi anche quelle dette di “trascinamento”. Oggi 500.000 italiani firmano per noi, la Diaconia valdese sostiene bellissimi progetti e dà occupazione ai giovani… senza opm molte opere, da Riesi al Centro culturale, dalla Noce alla Claudiana, a Riforma, non ce la farebbero... Giorgio Peyrot si rivolta nella tomba...».

– Lei è in grado di dire perché crede in Dio?

«Mi riconosco nelle parole del padre del figlio epilettico guarito da Gesù: ”Signore io credo. Sovvieni alla mia incredulità”».

– Giunto alla sua età, è riuscito a capire che cos’è la vita umana?

«La bellezza della vita umana è che sono tutte uniche e diverse, che sono totalmente nelle nostre mani e al tempo stesso un dono di Dio».

 

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