Spigolature dantesche

Riflessioni sul poeta e sul cittadino, a partire dal libro biografico di Alessandro Barbero

Pochi sanno che tra i massimi studiosi dell’Alighieri nel XX secolo figura un pastore riformato svizzero italiano: Giovanni Scartazzini, della Val Bregaglia (1837-1901). «Questo pastore – dice il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini – ha lasciato una traccia indelebile negli studi danteschi» (dal servizio «Dante e Lutero», a c. di Paolo Landi, proposto dalla rubrica Protestantesimo di Rai2, (reperibile su Rai Play). È noto come Dante abbia “pescato” generosamente sia dalla Bibbia sia dalle raffigurazioni bibliche dell’arte e della religiosità medievale. La Bibbia era quella di Girolamo, la Vulgata in latino. Citazioni bibliche, più o meno esplicite, ricorrono almeno un migliaio di volte nel corpus della Commedia.

L’audace confronto tra Dante e Lutero, malgrado si svolga sulla distanza di oltre due secoli, è un accostamento intrigante. Uomini medievali entrambi, hanno, per così dire, inventato la lingua della propria nazione anche se l’Italia era all’epoca solo un concentrato di Comuni, Ducati, Signorie, spesso in guerra tra loro. In questa frantumazione politica l’idea, di Dante e poi di Lutero, di scrivere nella lingua parlata dal popolo si è dimostrata vincente. E unificante. L’italiano che noi oggi parliamo ci arriva all’80% da Dante. Prima è arrivata la lingua, poi è arrivato il contenitore, cioè l’identità nazionale. Nei poemi di Dante e nelle riflessioni di Lutero cogliamo la potenza della parola come vettore di libertà, responsabilità, conoscenza. Noi che, come possiamo, costruiamo il nostro culto al Dio di Gesù Cristo intorno alla sua Parola, siamo particolarmente sensibili anche nei confronti di tutte le parole. Ciò che si legge, si ascolta, si dice, si scrive e si canta: le parole che usiamo nelle preghiere, negli inni e nelle nostre relazioni sono la variegata espressione della nostra fede.

Chi di noi non ha fatto, almeno una volta, un giro “nella selva oscura”? C’è un apparente contrasto tra la vita del sommo poeta e la sua opera poetica maggiore. Questo contrasto è esplorabile leggendo il testo di Alessandro Barbero, Dante*. Si comincia con la battaglia tra Firenze e Arezzo, dove Dante combatte a cavallo e in prima linea, come i nobili, per quanto lui propriamente non lo fosse. Apparteneva però a una famiglia importante di Firenze, all’epoca tra le più importanti metropoli occidentali: centomila abitanti, sede di importanti centri finanziari i cui banchieri gestivano (anche) le immense ricchezze del papa. Sino ai 35 anni Dante vivrà qui, nel cuore del fiorino, dei suoi profitti e di cruenti scontri sociali. Incontriamo il Dante politico, che s’immerge nelle tensioni e fazioni cittadine. Nella dimensione pubblica, il Nostro non fu sempre cristallino: in origine guelfo fino al midollo, non esita dopo l’esilio a iscriversi tra i ghibellini.

La biografia che Barbero dedica al poeta non è un apologia, è piuttosto il tentativo di offrire al lettore chiavi interpretative partendo dalle fonti. L’autore non si limita a ripercorrere l’arco storico della vita di Dante (Firenze 1256 – Ravenna 1321): il suo sguardo si allarga al contesto medievale. Su Dante Barbero offre ipotesi suffragate da fonti per lo più coeve. Ripercorriamo così la sua attività politica, le vicende famigliari e tragiche come l’esilio dalla sua amata Firenze, i vari sradicamenti (Verona, Padova, Bologna, Sarzana, Forlì, Arles, Avignone, Ravenna...), le cattive compagnie, la vita raminga di esule tra successi e crolli; corruzione e complicità; amicizie e tradimenti; sudditanze e appartenenze elitarie. Contraddizioni e opportunismo politico non impediscono al grande umanista di sognare e viaggiare nel mondo ultramondano.

Perché non possiamo fare a meno di Dante? Forse perché è riuscito a consegnarci il volgare unificante rispetto al latino delle élite ? C’è ben di più. Dante ha svolto uno straordinario esercizio di spiritualità, dove gli antichi miti del passato accompagnano il poeta nei labirinti del post-mortem, in dialogo con la Scrittura e con la realtà dell’al di qua. Boccaccio esagerò nel definire “divina” la Commedia. Ma il “sommo Poeta” aveva visto giusto nel cogliere e descrivere, nelle categorie del dolce stil novo, il prepotente bisogno sociale di redenzione eterna. Intercettando il desiderio di riuscire a incontrare il divino nell’umano. Un viaggio, dal buio verso lo splendore delle stelle. Dante ha provato a “saltare il fosso” e a descrivere l’indicibile e l’indescrivibile. E se il suo reportage sull’al di là non fosse altro che descrizione della dura realtà di ogni giorno?

* A. Barbero, Dante. Bari-Roma, Laterza, 2020.

 

Foto di Clément Bardot, il monumento a Dante Alighieri a Firenze

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