Il comparto della Cultura verso le riaperture

La crisi economica ha avuto un forte impatto anche nel mondo della cultura, che oggi guarda alla riapertura. La crisi del settore potrebbe però avere delle radici più profonde.

Nel momento in cui si discute sempre più animatamente delle riaperture di alcuni settori del mondo del lavoro con un allentamento delle misure di prevenzione dei contagi, il mondo della cultura preme per fare, in un certo senso, da apripista. Secondo le ultime indicazioni del Governo, cinema, musei e teatri apriranno le loro porte dal mese di maggio. Una cosa è certa: il comparto della cultura è uno di quelli che ha sofferto maggiormente le restrizioni dell’ultimo anno.

Lo confermano i dati Istat, secondo cui, ad esempio, molti luoghi dello spettacolo non hanno riaperto i battenti nello scorso maggio. Nel solo 2020 circa la metà dei 94.687 esercizi attivi nel settore non ha organizzato eventi, e anche durante il periodo estivo di ripresa il numero di attività ha di poco superato la metà di quello dello stesso periodo del 2019. Per quanto riguarda invece musei e mostre, si è registrato un calo del 78% dell’afflusso di pubblico, con conseguenze dirette sugli introiti dalla bigliettazione.

Il 2019, al contrario, era stato un anno di grande crescita per le istituzioni culturali italiane. Sempre Istat, nella Memoria scritta inviata alle Commissioni Bilancio e Finanze del Senato, riferisce che nell’anno prima della pandemia i soli visitatori dei musei e aree archeologiche avevano raggiunto quota 130 milioni, con un’ampia partecipazione di turisti stranieri.

Il drastico calo dell’afflusso turistico ha certamente contribuito in maniera importante alle problematiche attuali, ma parte delle cause di una crisi generalizzata del sistema culturale italiano può essere ricercata a livello strutturale.

Le conseguenze della crisi non si leggono infatti solo nel calo dell’offerta culturale, ma anche nella situazione di precarietà dei lavoratori. In un contesto costituito prevalentemente da piccole imprese spesso con meno di 10 addetti, l’impatto economico è stato più marcato rispetto ad altri settori. Sono 33.000 i lavoratori persi nel 2020, il 5,2% degli occupati nel comparto culturale, un valore molto più alto rispetto alla media nazionale calcolata su tutti i settori, che si aggira sul 2%.

Ci sono però alcuni aspetti positivi per quanto riguarda il lavoro nel mondo della cultura. La Commissione Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport del Senato ha approvato il 7 aprile una mozione partita dall’iniziativa della senatrice Margherita Corrado per impegnare il Governo ad applicare il principio della retribuzione di ogni tipo di lavoro, come da articolo 36 della Costituzione. In un comparto tradizionalmente fondato sul volontariato (aspetto di per sé non negativo) vengono spesso penalizzate le professioni che operano sul patrimonio culturale.

Inoltre, riprendendo le parole della mozione, «la mancata regolamentazione delle professioni e del volontariato nel settore dei beni culturali ha infatti prodotto veri e propri « riders della cultura » per i quali, a differenza di quelli delle consegne a domicilio, sembra ancora lontano il riconoscimento dei diritti fondamentali. Lo sfruttamento dei professionisti arriva al punto di costringerli, nei casi limite, a passare per volontari, così mortificando chi ha fatto studi superiori per molti anni e acquisito professionalità sul campo, quasi che titoli ed esperienza siano un motivo di esclusione invece che un’opportunità». Il volontariato è fonte di un indubbio risparmio per gli operatori privati e per la pubblica amministrazione, perciò negli anni è stato preferito, senza tenere in conto il suo costo sociale sulle professionalità del settore culturale.

Un segnale che dovrà ora essere recepito e applicato dal Governo, necessario nel momento in cui si acuiscono problemi a lungo sopiti nel mondo della cultura italiano.

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