Libano: situazione complessa, sfidata dalla forza della sua popolazione

La “divisione settaria” che, inserita in Costituzione, permette la coesistenza di 17 fra etnie e religioni, sta bloccando il paese nella logica dei clan contrapposti

«... man mano che la notizia si diffondeva nella parte cristiana della città un senso di euforia diventava sempre più palpabile (...). Fu allora che io ed i miei amici brindammo all’evento», mi dice con un senso di tardivo rammarico il mio interlocutore, un cordiale e ospitale frate francescano libanese a Beirut (sta riferendosi, naturalmente, alla terribile strage – duemila persone massacrate – compiuta nel campo palestinese di Sabra e Chatila dalle milizie cristiano-libanesi sotto l’occhio vigile dell’esercito israeliano, 1982).

«... certo, durante la guerra civile chiamarsi Georges, nome frequente fra i cristiani qui in Libano – mi dice Georges, appunto, l’autista che ci sta portando nella Bekaa – ti poteva esporre a spiacevoli conseguenze nel caso in cui ti fossi imbattuto in un posto di blocco musulmano. Difficilmente saresti risalito di nuovo in macchina... è anche per questo che sono scappato e mi sono rifugiato da voi in Italia».

Note di colore efficaci per iniziare un articolo? No, tentativo di far comprendere in breve la complessità della realtà libanese. Il Libano è infatti un mosaico che, pur essendo formato da diciassette fra etnie e confessioni religiose, è riuscito a sopravvivere sia a tutti i conflitti mediorientali sia a una devastante guerra civile (1975-90). Da qui la sua fama di “resilienza”.

Ma questo miracolo di sopravvivenza ha un suo contrappasso: la sua divisione settariariconosciuta nella Costituzione – che nelle intenzioni doveva ridurre i motivi di frizione fra le diverse Comunità, tiene ormai ingessato il Paese da decenni. Il Libano è così diventato una repubblica fondata sui clan, che operano con la stessa logica dei clan mafiosi (logica binaria, amici-nemici) e sulla corruzione pervasiva. Questo stato di cose ha portato alla profonda crisi economica in cui da anni il Paese si dibatte, culminata nel marzo dell’anno scorso con la dichiarazione da parte del Governo del default tecnico, del fallimento.

Le conseguenze sono state per la popolazione libanese devastanti: il valore della Lira libanese è crollato, svalutato dell’80%, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 400%, quasi la metà della popolazione (40%) è ormai al di sotto della soglia di povertà (dati dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati). Alla crisi economica si sono poi aggiunti sia la pandemia da Covid-19 – che ha costretto il Paese al lockdown determinando il quasi totale azzeramento della economia “informale” e la profonda crisi del sistema sanitario – sia gli effetti della tremenda esplosione avvenuta al porto di Beirut il 4 agosto dell’anno scorso, che ha provocato decine di morti, migliaia di feriti e decine di migliaia di senza tetto.

La popolazione libanese non è certamente rimasta passiva in quest’ultimo anno: è scesa in piazza in maniera anche dura reclamando la fine della divisione settaria e le dimissioni in blocco della classe politica: «Tutti vuol dire tutti» era lo slogan urlato per il Paese. Specialmente dai giovani. Sono loro che a seguito dell’esplosione hanno creato nel quartiere di Geitawi, presso una stazione di servizio in disuso, un centro di emergenza per rispondere alle necessità della popolazione colpita, in particolare di quella anziana. Le attività sono varie: l’attivazione di una cucina per la preparazione di pasti distribuiti anche a domicilio, la raccolta e distribuzione di farmaci e generi di prima necessità, progetti di ristrutturazione di immobili colpiti.

L’équipe di Mediterranean Hope (programma Rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Fcei) si è unita fin da subito a questa iniziativa elaborando un progetto (Progetto Geitawi) finanziato in parte dall’Otto per mille della Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) e in parte da un crowdfunding lanciato dalla Fcei. Si tratta di un progetto basato sulla esperienza maturata in questi anni da Medical Hope, finanziato quest'ultimo dall'Otto per mille dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia. Effettuiamo, in un alloggio adibito ad ambulatorio, visite mediche gratuite, finanziamo consulenze specialistiche, esami diagnostici, terapie mediche e oncologiche, interventi chirurgici.

Ma, oltre a ciò, abbiamo in cantiere due progetti con cui cerchiamo di lasciare un segno non fugace. Il primo è un corso di educazione sanitaria/alimentare, da effettuarsi tramite workshop, rivolto alla popolazione anziana portatrice di malattie croniche su cui la scorretta alimentazione svolge un ruolo decisivo, che abbiamo affidato a una infermiera e a due dietiste, da noi retribuite. Il secondo trae spunto dalla crescita esponenziale del disagio psicologico/psichiatrico fra la popolazione bersagliata dagli eventi drammatici sopra riportati e consiste in un ambulatorio di counseling psicologico affidato, sotto la nostra supervisione, a un gruppo di giovani psicologhe.

Con questi due progetti ci proponiamo due obiettivi, rilevanti a parer nostro: dare una risposta prolungata nel tempo a esigenze reali della popolazione, e offrire, dietro la corresponsione di piccoli salari, una prospettiva di lavoro a giovani laureate disoccupate (sono migliaia le domande di espatrio di giovani dal Libano) favorendone in più l’incontro con le esigenze della realtà popolare del loro quartiere.

 

Nella foto alcuni dei danni causati dall'esplosione del 4 agosto 2020

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