Il Séder di Pesah: perché ci parla

Una festa che quest’anno si concluderà in coincidenza con la domenica di Pasqua. Il ricordo di quando il mare si aprì e gli Israeliti poterono attraversarlo. La memoria del Signore che «passò oltre» 

La festa ebraica di Pesah cade la sera del 14 del mese di Nissan, nel plenilunio, e dura otto giorni, comprendendo anche, nel susseguirsi degli eventi salvifici, la festa degli Azzimi. La Pasqua cristiana conserva la medesima data, secondo quanto stabilito dal I Concilio ecumenico di Nicea (325), che collocò la festività nella prima domenica dopo il plenilunio di primavera.

Quest’anno Pesah inizierà la sera del 27 marzo e terminerà la sera del 4 aprile, la domenica di Pasqua. Dal grande racconto che è l’Haggadah, sappiamo che Pesah è una festa domestica, con al centro una cena, il Séder (ordinamento), che riunisce intorno alla tavola tutta la famiglia, e ricorda l’evento fondativo del popolo di Israele: «Quel giorno sarà per voi un giorno di commemorazione, e lo celebrerete come una festa in onore del Signore; lo celebrerete di età in età come una legge perenne» (Esodo 12, 14).

In ricordo del grande miracolo che accadde il settimo giorno del Pesah, quando il mare si divise e gli Israeliti poterono attraversarlo, il sesto giorno in molte comunità si usa restare svegli tutta la notte, studiando la Torah. Il rito del Séder è arricchito da splendide preghiere e canti, letture bibliche e la consumazione di speciali cibi simboleggianti il “salto” da schiavitù a libertà.

Pesah vuol dire questo, che il Signore «passò oltre», risparmiando gli israeliti (Esodo 12, 1-20). Nelle varie raffigurazioni di questa cena si vede un grande vassoio in cui trovano posto quattro coppe di vino (una quinta comparirà più tardi), un mazzetto di erbe amare, memoria della schiavitù, una salsa chiamata haroset, in ricordo dell’impasto con cui gli israeliti lavoravano i mattoni, un uovo, lo zampetto di agnello, con cui furono segnate le loro case, e le azzime. È su queste che vorrei soffermarmi, su questo “pane di povertà” che nel Séder attraversa via via molti stadi e diversi significati simbolici, fino a un ultimo significato messianico.

Il Séder inizia con la benedizione (Kiddush) sulla prima coppa di vino e la divisione delle azzime: la metà della seconda azzima (l’afikòmen) viene nascosta sotto la tovaglia, avvolgendola in un telo, in ricordo del modo in cui gli ebrei lasciarono l’Egitto: «Il popolo alzò il suo impasto quando non era ancora lievitato, i residui legati nei loro vestiti sulle loro spalle» (Esodo 12, 34). Sulla seconda coppa di vino inizia il racconto, si recitano commenti di grandi Maestri e si canta il Dayenu, con cui si ricordano uno per uno tutti i benefici di Dio, uno solo dei quali “ci sarebbe bastato”.

Vengono poi distribuite le mazzot (un pezzo della prima e un pezzo della seconda). Seguirà la benedizione sul pasto e sulla terza coppa. Tra la terza e la quarta coppa se ne riempie una quinta, che non verrà bevuta. È quella destinata al profeta Elia, per il quale viene apparecchiato un posto al tavolo. Dopo la cena si mangia la parte di azzima nascosta, l’afikòmen, che significa “qualcosa che viene dopo”. Sarà l’ultimo cibo che verrà consumato, a conclusione del Séder, e verrà cercato e trovato dai bambini: «In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto» (Marco 10, 14-15).

Per comprendere il significato dell’afikòmen bisogna partire, come ricorda Anna Segre, dalla mazzà (l’azzima), che rappresenta all’inizio “il pane dell’afflizione”, simbolo della schiavitù, con cui ci si identifica; ma ricorda anche la fuga verso la libertà, che non lasciò il tempo di far lievitare il pane, e che è attualizzata nel Memoriale. E l’ultima volta che la mazzà compare (quella metà della seconda azzima, nascosta e ritrovata), rappresenta l’agnello del sacrificio, che veniva mangiato “alla fine” del pasto comune.

Il Séder si conclude aprendo la porta al profeta Elia, annunciatore del Messia. Prima di affrontare il cammino che lo avrebbe condotto a morte, Gesù condivide con i discepoli e le discepole un Séder di Pesah, secondo i Sinottici, che si differenziano da Giovanni. E sul tipo di cena consumata da Gesù, vi sono letture diverse e pareri diversi tra gli esegeti e interpreti. In Marco (14, 12-15) si narra: «i suoi discepoli gli dissero: “Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?” ... dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la stanza in cui mangerò la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà di sopra una grande sala ammobiliata e pronta; lì ap- parecchiate per noi».

Ancora in Marco (14, 26) leggiamo che Gesù uscì per recarsi al Monte degli Ulivi: «dopo aver cantato l’inno», e in Luca è scritto: «dopo aver cenato, diede loro il calice» (22, 20). La liturgia del Séder non era allora quella che conosciamo oggi, ma nel rito attuale, quando si riempie il terzo bicchiere di vino, si dice: “In ricordo del sacrificio pasquale che veniva mangiato quando si era sazi”.

La cena di Gesù con i discepoli e la successiva cattura, crocifissione e morte sono collocate nei testi evangelici al confine tra la festa di Pesah e la festa degli Azzimi, anzi “il primo giorno degli Azzimi”. Erano entrambe feste solenni e tutto quello che è accaduto e che viene narrato è storicamente problematico. In quei giorni si dovevano osservare molti precetti (mizvot), che sarebbero stati tutti trasgrediti dal grande affaccendarsi per catturare, processare e crocifiggere Gesù. Anche il giorno della morte, anzi la sera, siamo su un confine, essendo ormai prossimi alla festa, tanto che solo chi, benché giudeo, si era fatto in cuor suo discepolo di Gesù, poté aver cura del suo corpo senza vita: «Giuseppe d’Arimatea... si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù.

E, trattolo giù dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in una tomba scavata nella roccia, dove nessuno era ancora stato deposto. Era il giorno della Preparazione, e stava per cominciare il sabato» (Luca 23, 52-54). A questo ci fa pensare quell’azzima detta afikòmen, avvolta in un telo, perché non si confonda con le altre; quella mazzà che “viene dopo la cena”, e che simboleggia l’agnello. Dall’agnello che salvò Isacco, sostituendolo in sacrificio (Genesi 22, 7-8), all’agnello il cui sangue fu segno di salvezza per gli israeliti la notte in cui lo Sterminatore passò sull’Egitto uccidendo tutti i suoi primogeniti (Esodo 12-29) all’identificazione di Gesù come “agnello” salvatore, presente in alcuni testi redatti in greco tra gli anni 80 e 100 (Giovanni, Atti, Apocalisse), non c’è soluzione di continuità nel simbolismo fino all’attestazione del Battista: «E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio» (Giovanni 1, 34), con cui si imprime al percorso un salto significativo.

L’agnello è transitato nel pane, nella mazzà: «e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Giovanni 6, 51). La consumazione dell’agnello del sacrificio apre al secondo tempo del percorso di liberazione (Pesah e Azzimi), e al passaggio dell’angelo sterminatore fa seguito il passaggio del Mar Rosso (Esodo 12, 17). È una notte di veglia... Gesù si avvia al Monte degli Ulivi a pregare e invita anche i discepoli a “vegliare e pregare”... «Questa è una notte da celebrarsi in onore del Signore, perché egli li fece uscire dal paese d’Egitto; questa è la notte di veglia in onore del Signore per tutti i figli d’Israele, di generazione in generazione» (Esodo 12, 42).

«Questa notte è la “leil shimurim”, “la notte in cui si osserva”, la notte in cui tutte le nostre generazioni osserveranno le mizvot per ricordare la liberazione; ma anche la notte in cui Dio ci osserva, veglia su di noi» (Haggadah di Pesah). Dopo la distruzione del Tempio e dell’altare, la mensa sostituisce l’altare, come la preghiera sostituirà il sacrificio: «E sostituiremo i buoi, con le nostre labbra» (Liturgia ebraica).

Questa è la trasformazione, questo ci è chiesto di osservare: in memoria di Lui condividere fraternamente una mensa, spezzare insieme il pane e, con la preghiera, indirizzare questa esperienza oltre la dimensione amicale, per riconoscere che tutto è dal Padre, dalla creazione alla liberazione, dallo Spirito del Padre attraverso il Figlio, in un cammino non esaurito, un compimento messianico da attendere «con i fianchi cinti e le lucerne accese» (Esodo 12, 11; Luca 12, 35), vegliando e pregando: «Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte  del Signore, finché egli venga» (I Corinzi 11, 26).

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