Correre al riparo per non soccombere alla violenza

Un giorno una parola – commento a II Samuele 22, 3

Tu sei il mio alto rifugio, il mio asilo. O mio salvatore, tu mi salvi dalla violenza!
II Samuele 22, 3

Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore
Romani 8, 38-39

Violenza, ingiustizia, abuso, oppressione, sono queste le condizioni vissute da Davide a motivo dei suoi nemici e che gli procurano enorme stress psico-fisico.

Uno di questi nemici, il primo tra tutti, è re Saul che una ventina di capitoli prima del nostro testo muore in battaglia contro i Filistei insieme a suo figlio Gionatan.

Nonostante il male subito, Davide piange la morte del re nemico e quella di suo figlio che invece gli era amico, ma adesso è costretto, per motivi politici, a consegnare quel che resta della famiglia di Saul ai Gabaoniti riuscendo a salvare unicamente il figlio di Gionatan.

Ancora stress, dolore, violenza per Davide che deve mediare e fare scelte terribili per tutelare la giustizia e l’incolumità del suo popolo.

Chiunque crollerebbe sottoposto a una pressione di questo tipo e il capitolo precedente ci dice chiaramente che “Davide era stanco” (cap. 21, 15b).

Siamo stanchi anche noi del male che continuamente ci circonda e dell’ingiustizia che viviamo in prima persona o che vediamo manifestarsi intorno a noi. Se siamo stanchi dobbiamo prenderne semplicemente atto perché è inutile continuare a sforzarsi, le nostre forze sono limitate.

È in questi momenti che bisogna saper deporre le armi e correre al riparo per salvarsi non soltanto dalla violenza esterna ma anche da quella che rischiamo di fare a noi stessi se non ci abbandoniamo completamente a Dio.

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