La fragile resilienza, tra fobie e desideri

Un anno di pandemia. Un anno di disagio, rabbia, lutto, solitudine, rassegnazione, speranze, paure, disillusioni, voglia di fare, resistenza e resilienza. Una resilienza sempre più fragile, per dirla con un ossimoro

 

In questi giorni mi trovo in quarantena e ho molto tempo per pensare. Nel vuoto e nel silenzio di questa dimensione surreale, leggendo poesie, mi è venuto in mente di definire “oggetto epitimico” qualsiasi desiderio, materiale o no, sul quale convogliamo il nostro bisogno di realizzazione e soddisfazione personale.

Epitimia significa, appunto, desiderio, passione (dal greco ἐπιτιμία). Nell’antica democrazia ateniese, l’epitimia rappresentava il pieno possesso dei diritti civili. Oggi, ed è curioso, la parola (la stessa che Platone scelse per indicare uno dei tre attributi dell’anima) viene utilizzata in psichiatria per definire uno stato al limite del patologico. La Treccani definisce l’epitimia come “Meccanismo psichico semicosciente che sfocia in uno stato di malattia o menomazione, in rapporto con l’elaborazione di particolari avvenimenti ricchi di carica emotiva”. Sono manifestazioni epitimiche le convulsioni, certi tipi di paralisi e di amnesie.

L’oggetto epitimico, nella mia idea iniziale, potrebbe essere il contraltare del cosiddetto oggetto fobico. L’oggetto fobico è quello su cui “appoggiamo” alcune nostre ansie. Esso ci permette di convogliarle: un ragno o un altro animale, uno spazio chiuso, un mezzo di trasporto. L’oggetto fobico ha fra le sue caratteristiche quella di dover essere sconosciuto, potenzialmente pericoloso e, soprattutto, evitabile. La sua evitabilità ci permette di gestire la nostra ansia, di tenerla sotto controllo.  Questo meccanismo di rimozione ci permette di sopravvivere ad alcune ansie, ma al tempo stesso ci impedisce di affrontarle, di attraversarle e superarle.

Torniamo all’oggetto epitimico. Cercavo il contrario dell’aggettivo “fobico” (per la cronaca, sembra che non esista, o che non sia codificato). Scavando nei pensieri e nei ricordi, ne è emerso uno piuttosto pre-potente. È il ricordo del saggio di Audre Lorde “L’erotico come potere”. Audre Lorde è stata una poetessa e scrittrice statunitense. Nel saggio citato, la dimensione erotica è vista come un nucleo del sé in cui si formano potere creativo, gioia, armonia, forza vitale, energia, conoscenza, espressione artistica. Ma anche linguaggio, storia, danza, amore, lavoro, e la stessa vita. Per Lorde, l’eros è superamento della paura e dell’oppressione. È il “sì” al desiderio più profondo dell’io. Un desiderio che può prescindere dalle relazioni, in quanto nasce e cresce nel profondo della dimensione individuale. Tuttavia, l’idea di “oggetto erotico” non funziona, per le ovvie implicazioni del termine, in altri settori. “Epitimico” ha invece a che fare con il desiderio, con la nostalgia e con la dimensione emotiva.

Questa radice emotiva, a mio parere squisitamente umana, fallibile, inconscia e universale, è fondativa dell’oggetto epitimico. Così come per l’oggetto fobico, che da un lato ci salva e dall’altro ci condanna, esistono due facce della stessa medaglia. E, forse, esistono diversi usi (sani e funzionali, oppure patologici) che possiamo fare di esso. Se da un lato l’oggetto epitimico ci consente di realizzarci o di stare bene, è anche vero che può distoglierci da un bisogno più profondo e nascosto, o farci stare male. Insomma, il rischio è di farci ingannare dal nostro stesso desiderio.

La pandemia ha sconvolto i nostri bisogni, cambiato le priorità e instillato nelle persone l’idea di una nuova definizione. Il rischio è che i nostri “oggetti epitimici” rappresentino un conflitto, interiore ed esteriore. Il cosiddetto progresso (con l’aumento di consumi e produzione) e la crisi sistemica (compresa la gestione di salute e malattia come armi di ricatto sociale) possono favorire oppure ostacolare la nostra crescita evolutiva. Pertanto una maggiore chiarezza dei desideri personali e collettivi, e dei meccanismi che regolano la soddisfazione dei desideri, comprese le implicazioni patologiche, potrebbe fare la differenza. Una differenza che condizionerebbe il ruolo delle persone nella società, le loro passioni, i valori, la dignità del lavoro, i diritti costituzionali, la cultura, l’arte, la cooperazione, la conoscenza, lo svago, lo sport, il riposo, la serenità, la giustizia, la libertà di espressione, le religioni, solo per fare alcuni esempi.

L’oggetto epitimico potrebbe essere la casa. Il luogo sicuro dove ci rifugiamo. Ma cosa accade se la casa diventa anche il luogo dell’isolamento o della violenza? Un altro esempio di oggetto epitimico potrebbe essere un acquisto. La soddisfazione del possesso di un oggetto materiale, che ci gratifica nell’immediato, ma che a lungo termine potrebbe addirittura risultare dannoso: un alcolico, un abito che va ad aggiungersi ad altri inutili che non mettiamo più o non indosseremo mai, un nuovo apparecchio elettronico, o qualunque altro acquisto compulsivo. Può accadere che investiamo molto su oggetti o attività che ci allontanano dalle nostre reali aspirazioni, dai nostri obiettivi, dai nostri progetti, dalle nostre risorse più preziose. Le priorità cambiano, e si spostano su elementi primari.

La sopravvivenza ha molto a che fare con la felicità e la disperazione, con l’equilibrio fra ansie e desideri, con l’equilibrio delle nostre energie, e con un altro fattore cruciale della nostra esistenza: il tempo. Il tempo potrebbe essere un oggetto epitimico per eccellenza, ma a prescindere da una sua definizione, esso non va sprecato. Così come non bisogna sprecare il cibo, la salute, l’amore, l’integrità e la disponibilità di uno spazio sicuro; valori non negoziabili che ogni essere umano dovrebbe vedersi garantiti. Sto parlando di un tempo naturale, dove possano avvenire quelle piccole grandi creazioni del quotidiano. La quarantena serve anche a questo. A recuperare cose e azioni epitimiche che si svincolano dai modelli predominanti, e hanno il sapore di una ri-conquista. Guardarsi dentro, creare, ascoltare, leggere, scrivere, lavorare con le mani, cantare, suonare, prendersi cura delle persone care, cucinare, imparare qualcosa di nuovo, cercare le proprie doti e metterle a frutto.

Occorre un discorso pubblico e lungimirante sul desiderio. La pandemia e la crisi rappresentano opportunità evolutive che non possiamo perdere. Serve una nuova economia, nel senso etimologico del termine: cioè, gestione (nomia) della casa (oikos). La casa comune per la quale non possiamo appellarci (solo) ai tecnici né (tantomeno) ai burocrati. La psicologia, la filosofia e, perché no, anche la poesia, l’arte e la ricerca spirituale, potrebbero invece aiutarci a immaginare e costruire meglio il futuro sostenibile che in molti auspichiamo.

Ringrazio per la preziosa rilettura e il supporto: Paola, Simonetta Salvatori, Luca e Massimo

Foto di Karim Manjra

Interesse geografico: