Libano, l’impegno della Federazione delle chiese evangeliche

Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della Fei, partecipa al progetto "Nation Station", nel quartiere di Geitawi, a Beirut, grazie al contributo della Tavola valdese e al ricavato della sottoscrizione lanciata all'indomani delle esplosioni dell'agosto 2020

A Beirut le emergenze non si contano più.

Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ha deciso, subito dopo le esplosioni di sei mesi fa, di continuare ad essere presente in tale contesto, nella capitale libanese dalla quale partono i corridoi umanitari che la Fcei con Tavola valdese e S.Egidio, realizzano dal 2016. Rimodulando il proprio intervento, proprio in virtù dei molteplici problemi che il Libano attraversa.

Lo ha fatto inserendosi nel progetto di solidarietà “dal basso”, Nation Station, nato nel quartiere di Geitawi, uno dei più colpiti dalle esplosioni dell’agosto scorso. La collaborazione è nata grazie alla donazione economica di 50mila euro da parte della Tavola valdese attraverso l’Otto per mille delle Chiese valdese e metodista e con altri 25mila euro raccolti con una sottoscrizione nazionale lanciata dalla FCEI dopo i fatti che sconvolsero Beirut la scorsa estate. 

«Dal 2016 MH è attivo in Libano per coordinare le partenze di rifugiati, soprattutto siriani, attraverso i corridoi umanitari, promossi insieme alla Comunità di Sant’Egidio e alla Tavola Valdese. Questo nuovo progetto vuol essere il segno di una solidarietà a 360°, rivolta ai cittadini di questo piccolo grande paese che ha saputo accogliere migliaia di profughi», spiega il pastore Luca Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia.

Nation Station è una stazione di benzina abbandonata da anni dove, il 5 agosto 2020, alcuni ragazzi residenti nel quartiere di Geitawi, decidono di creare un luogo di accoglienza e raccolta di beni da distribuire. Non solo, perché la stazione viene ripulita, diventa un polo sociale, culturale ed assistenziale e oggi conta su un’ampia rete di volontari e dipendenti, strutturata in dipartimenti specifici. Si va dalla cucina – con oltre 26mila pasti caldi consegnati fino ad ora – al team per la valutazione dei danni strutturali alle case, fino ad uno staff dedicato alla ristrutturazione delle abitazioni: ad oggi 126 case sono state rese nuovamente abitabili. Infine, l’ambito nel quale la FCEI è coinvolta più direttamente, il dipartimento medico, gestito interamente da Medical Hope, con il medico Luciano Griso, insieme a due operatori locali. Al 9 gennaio 2021 il dipartimento medico di Nation Station ha seguito 313 pazienti.

Grazie all’impegno di Medical Hope e dei protestanti italiani, si sono realizzate e si stanno portando avanti numerose attività in ambito sanitario. E’ stato creato un database sui bisogni medici degli abitanti di Geitawi, è stata aperta una “farmacia popolare” con i medicinali più richiesti dalle persone (alle quali vengono offerti gratuitamente), è stato istituito un piccolo ambulatorio. Ai pazienti affetti da malattie croniche e in condizioni di indigenza, vengono forniti medicinali a domicilio. Inoltre sono state sottoscritte convenzioni e accordi con laboratori e altre farmacie locali per le terapie e gli esami alle persone più vulnerabili. Infine, e questa attività è cresciuta con l’evolversi della pandemia, MH si occupa di acquistare e distribuire materiale sanitario, igienizzanti e mascherine.

«L’obiettivo per il futuro, almeno fino ad agosto 2021 – spiegano le operatrici Fcei Silvia TuratiIrene Vlad, Halima Tanjaoui ed il responsabile di Medical Hope, Luciano Griso – è continuare a fornire supporto sanitario, attivare un sistema di monitoraggio ad hoc sul Covid19, favorire l’accesso ai servizi di salute mentale e supporto psicosociale per le persone colpite dall’esplosione, organizzare momenti di informazione e formazione, ma anche attività ricreative e sportive. Vogliamo poi continuare a fornire il nostro supporto alla cucina di Nation Station, implementare partneriati con altre organizzazioni impegnate nell’assistenza alla popolazione e, infine, produrre report sulla situazione sanitaria di Beirut, per monitorare le necessità mediche più urgenti, informazioni che vorremmo mettere a disposizione di tutte le realtà capaci di dare una mano».

Un grande impegno che continua, dunque, e che ha visto un importante sostegno da parte della Tavola valdese.

«Siamo lieti, nel nostro piccolo, di poter contribuire attivamente e in modo concreto alla ricostruzione di un Paese così colpito dalla pandemia, dalla crisi economica, e sconvolto dalle esplosioni dello scorso agosto. Continueremo a sostenere quelle realtà del mondo che la pandemia ha reso ancora più invisibili», dichiara la moderatora della Tavola valdese Alessandra Trotta.

Intanto proprio ieri, 21 gennaio, il Libano ha esteso la serrata totale, in vigore dallo scorso 14 gennaio, per frenare la diffusione del nuovo coronavirus fino all’8 febbraio. Lo ha annunciato l’ufficio del primo ministro uscente, Hassan Diab. Il lockdown limita gli spostamenti e impone il coprifuoco. Tutte le istituzioni pubbliche e private e le banche sono chiuse, supermercati e ristoranti potranno offrire servizi di consegna dalle 5 alle 17. Il Fondo nazionale di previdenza sociale, le fabbriche mediche e alimentari, i mercati alimentari all’ingrosso, i mulini per la farina, i panifici, le farmacie, i laboratori medici, le cliniche, i negozi di cambio e trasferimento di denaro, le stazioni di rifornimento e le compagnie di assicurazione possono operare in determinati momenti della giornata. Mercoledì 20 gennaio, il Libano ha registrato 4.332 casi, portando il totale dei contagi a 252.812 dall’inizio della pandemia, con più di 2mila morti.

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