La passione per la lettura delle Scritture

A colloquio con il cantautore Francesco di Bella, che nel disco O’ diavolo, come già in suoi precedenti lavori discografici, fa numerosi riferimenti alle Sacre Scritture

Francesco di Bella, cantautore ed ex leader del gruppo musicale 24 Grana, nel lavoro discografico ‘O diavolo, e non solo in questo, fa numerosi riferimenti alle Sacre Scritture. Lo incontriamo e gli rivolgiamo alcune domande.

Nella prima traccia, che dà il titolo all’intero progetto, si cita Apocalisse 20, 10, dove si descrive l’ultimo tentativo di seduzione del diavolo, definitivamente fallito. I versi alludono al mondo dello spettacolo e alla sua insaziabile capacità seduttiva. In un verso si dice che “il diavolo piace a tutti”, crede sia possibile emanciparsi da questa seduzione?

«Il mio approccio alla lettura della Bibbia è laico. Nella nostra società i valori trasmessi dalle Sacre Scritture sono diventati marginali, ed io credo invece che debbano tornare ad essere centrali. Sono sicuro che il bene ci abbia salvato fino ad adesso e che solo grazie ad esso il mondo sia sopravvissuto a secoli di guerre. Uno dei motivi principali per i quali ho deciso di ispirarmi, in parte, alla Bibbia, per scrivere il disco, è stato proprio questo: voler ricordare che solo l’amore ci salverà. Viviamo un tempo, che sta esasperando il concetto di individuo, condizionando le nostre scelte verso l’egoismo più spinto. Il mondo dello spettacolo è lo specchio di una società molto narcisista, dove questi modelli vengono esaltati dai mezzi di comunicazione e dai social network. Io però ho grande fiducia nella gente e nella possibilità di attivare quante più persone possibile in questa resistenza. La Bibbia narra di un’umanità che, nonostante le cadute, ha fiducia in Dio. Oggi, molti non sanno cosa esattamente ci sia scritto nella Bibbia e io provo a raccontarlo attraverso queste canzoni. Molti poeti e cantautori si ispirano alla Bibbia e la mia ricerca sulla poesia e le canzoni mi ha portato ad appassionarmi ulteriormente alla lettura dei testi sacri».

 

La stella nera che dà titolo ad uno dei brani, sembra contrapporsi a quella luminosa che indica e direziona. Il testo della canzone sembra invitare ad affrontare con serietà l’abisso, a guardare con coraggio l’angoscia, diffidando delle luci ingannevoli.

«La canzone parla del mettersi alla ricerca di qualcosa, anche quando questo non è ancora visibile, chiaro, con la nostra fiducia, la nostra fede. Le apparenze a volte ingannano ma anche al buio una stella è sempre una stella. Questo paradosso ci aiuta a capire che non dobbiamo abbatterci, anche se non vediamo ancora la luce in fondo al tunnel. La stella nera è un’intima speranza, un desiderio, un’attesa fiduciosa. Richiama l’umiltà di non poter conoscere tutto, ma anche la forza di saper sperare».

 

Il successo, il consenso, sembrano essere oggi gli unici parametri di valutazione della qualità di un individuo. Anche da questo pericolo, il brano Rivelazione, mette in guardia? Da quale rivelazione lei è stato raggiunto?

«La canzone si riferisce all’Apocalisse di Giovanni. Volevo essere, in un certo senso, meramente divulgativo, accedere ai toni di quelle profezie e attualizzarne il contenuto con versi riguardanti il diritto di essere liberi di migrare da condizioni di vita atroci, da paesi segnati da guerre e povertà. È importante pensare ad un mondo più giusto ed è questa fiducia che vorrei infondere attraverso alcune mie canzoni».

 

Nel brano Notte senza luna ricordi che nel mondo c’è chi nasce in situazioni di grande difficoltà e precarietà. Si può essere luce nelle tenebre?

«A volte, certe storie sono così nere da sembrare senza speranza. In questa canzone volevo sottolineare semplicemente il sentimento di pietà che dovremmo rivolgere a chi nasce in situazioni veramente difficili e che per tutta la vita non trova una luce da seguire. Le Scritture ci insegnano anche questo e troppo spesso lo dimentichiamo. La storia di Giobbe, ad esempio, è un susseguirsi di calamità, ma essa ci spiega che non si è mai soli. Umanamente è molto difficile raggiungere questa consapevolezza, ma questa vicenda ci è di conforto».

In Sulo pe’ te racconti dell’esperienza che nella nostra esistenza possiamo fare di cadere, di smarrirci, come è accaduto all’apostolo Pietro quando rinnega il suo maestro Gesù. Ma nel tuo testo si intravede anche una prospettiva ricolma di speranza…

«Tutta la canzone parla di un ritrovarsi grazie a punti di riferimento che si palesano piano piano quando si dirada la nebbia, quando ti avvicini per cercare di mettere a fuoco il motivo della ricerca. Il tormento è presente nel cuore della notte, dove trovano posto i demoni e le paure, ma con esse c’è anche la fede e la speranza».

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