Qualcuno che si prende cura di te

Una campagna della diaconia protestante svizzera a favore di un progetto di solidarietà in Romania

Negli ultimi anni, molte persone giovani sono emigrate dalla Romania verso i Paesi dell’Europa occidentale alla ricerca di migliori opportunità di lavoro e di vita.

Entrato nell’Unione europea nel 2007, sebbene non ancora inserito nello spazio Schengen, il Paese ha dato ai propri cittadini la possibilità di lavorare all’estero: negli ultimi quindici anni, quasi 5 milioni di rumeni e rumene hanno colto questa opportunità.

Una delle conseguenze è che spesso le persone anziane, soprattutto nei villaggi, si trovano abbandonate a se stesse, senza il sostegno dei loro familiari ma anche senza poter contare su un sistema di sanità pubblica o di servizi sociali, che spesso li trascurano. Devono quindi affidarsi alle loro magre pensioni, che in caso di malattie o di necessità impreviste non sono sufficienti, e spesso li costringono a vivere sotto la soglia di povertà.

Per questo, all’inizio di dicembre l’Entraide protestante suisse (Eper o, secondo la sigla in tedesco, Heks), la “diaconia” delle chiese protestanti svizzere afferente alla Chiesa evangelica riformata svizzera, ha lanciato la campagna nazionale per una vita degna per le persone anziane.

L’Eper ha già attuato progetti in Romania (così come in altri paesi del’Est europeo, Serbia, Moldavia e Ucraina) a sostegno delle persone più svantaggiate, in particolare le popolazioni Rom, i disabili e appunti gli anziani soli o malati.

Da una ventina d’anni, si legge nella pagina dedicata al progetto sul sito dell’Eper (https://www.eper.ch/soins-roumanie) è al fianco della Chiesa riformata di lingua ungherese in Transilvania e della sua fondazione “Diakonia”, per fornire un servizio di cure a domicilio professionali, ispirato al modello svizzero. Attualmente 120 collaboratori e collaboratrici, divisi in otto squadre, si occupano di circa 15.000 assistiti in più di 200 località, senza distinzioni di appartenenza religiosa o etnica. Il progetto è finanziato in larga parte da sovvenzioni pubbliche (circa il 60% dei costi), oltre che dal contributo dei due principali promotori: l’idea è che gradualmente lo Stato si prenda carico di questi servizi, che già gli spetterebbero, ma le lungaggini burocratiche, e la tendenza a una diminuzione dei sussidi pubblici, accentuatasi negli ultimi mesi in seguito all’emergenza Covid, fanno sì che il lavoro dei “privati” continui a essere essenziale.

Sul sito sono presentate alcune testimonianze, che raccontano da un lato le condizioni aggravatesi con la pandemia Covid, che hanno messo a dura prova gli ospedali e costretto gli operatori a riformulare il loro servizio, dall’altro i benefici psicologici ed emotivi dell’assistenza domiciliare: per molti non si tratta solo di ricevere cure mediche, ma di sentire vicino a sé persone amiche, quasi come figli e nipoti: molti dicono di avere «ritrovato la gioia di vivere».

 

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