Spiragli di pace per il Sud Sudan

La firma del nuovo accordo di cessate il fuoco e di una dichiarazione di principi apre alla possibilità di mettere fine a un conflitto che dura ormai dal 2013. Intervista al mediatore Paolo Impagliazzo (Sant’Egidio)

Due firme per una nuova stagione in Sud Sudan. È questa la speranza con cui si è concluso a Roma la scorsa settimana il terzo round di incontri e negoziati per la pace nel più giovane Paese del mondo. Questa sessione ha portato alla firma di un accordo di cessate il fuoco e di una Dichiarazione di principi a livello politico, un risultato importante nell'avvicinare le parti in conflitto, con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio.

«Queste firme - racconta Paolo Impagliazzo, segretario di Sant’Egidio e mediatore in questi negoziati - sono quelle di coloro che avevano firmato l'accordo del 2018 tra Riek Machar e Salva Kiir, i due maggiori contendenti nel paese, ma alcuni gruppi politici e anche armati non avevano voluto firmare questo accordo».

Le nuove trattative erano cominciate a gennaio e avevano avuto una seconda fase a febbraio 2020, ma la pandemia di Sars-Cov-2 aveva interrotto il dialogo politico, portando a nuovi scontri e violenze, concentrate soprattutto nella zona dell'Equatoria, la parte meridionale del Sud Sudan.

Quali sono in questo momento, a nove anni di distanza della nascita del Paese, i punti centrali di questo conflitto?

«Dopo una lunghissima guerra di secessione dal Sudan, il 9 luglio del 2011 era stata dichiarata l’indipendenza del Paese, ma nel 2013 e nel 2016 ci sono stati due scontri molto importanti che hanno portato alla guerra civile. Questo ha significato milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi, milioni di persone che sono sfollati interni e 400.000 morti, quindi un conflitto davvero sanguinoso e difficile. Il Sud Sudan è un Paese ricchissimo da un punto di vista delle risorse naturali e anche per questo i Paesi limitrofi, in particolare il Sudan e l’Uganda, sono sempre stati molto interessati. Questo fa sì che abbiano molto contribuito per esempio all’accordo di pace del 2018 e a sostenere la stabilizzazione del Paese. È un conflitto che coinvolge tutti i Paesi confinanti, quindi principalmente il Sudan, l'Uganda, ma anche l'Etiopia il Kenya».

Quali sono i prossimi passi, ma soprattutto l’orizzonte che si apre dopo questa firma?

«Prima di tutto dobbiamo far tacere le armi. Questo è un punto fondamentale, ci eravamo riusciti a febbraio firmando una risoluzione che portava le due parti, quelle al governo e quelle che non hanno firmato l’accordo del 2018, a far cessare le violenze. Il cessate il fuoco ha retto per tre mesi, salvando e risparmiando vite umane, e anche riducendo la sofferenza della popolazione civile in particolare nell'Equatoria centrale. Tutto questo si è perduto con il coronavirus, perché la mancanza di dialogo politico ha provocato nuovi scontri con nuove vittime e tantissimi rifugiati un’altra volta, quindi l’obiettivo è quello di far tacere le armi, cioè che il cessate il fuoco diventi una cessazione permanente delle ostilità. È un percorso che dovrebbe portare ai primi di novembre a un incontro tra i capi militari delle due parti. Questo è molto importante, perché i militari, a differenza dei leader politici, hanno il controllo dei propri uomini sul terreno».

In molte occasioni, soprattutto nell’ultimo decennio, abbiamo assistito a una comunità internazionale sempre più impotente di fronte alle guerre civili o regionali. L’abbiamo visto in Siria, in Libia, in Yemen, solo per citare alcuni casi. In questo caso ci sono delle discontinuità rispetto agli altri conflitti di lunga durata?

«Va detto che una volta che il Sud Sudan ha acquisito l’indipendenza, la comunità internazionale si è un po’ disinteressata e la mancanza di un sostegno, soprattutto nella costruzione di una nuova nazione, ha portato questi scontri. C’è bisogno di un nuovo coinvolgimento della comunità internazionale che sostenga questo processo di riconciliazione e pacificazione. È molto evidente in diversi Paesi, anche in Africa, che questi conflitti sono lasciati un po’ a loro stessi con piccoli potentati locali che diventano molto importanti e che possono provocare molta sofferenza. L’impegno della comunità internazionale, delle Nazioni Unite, è fondamentale, anche perché crediamo che un coinvolgimento sia più che necessario e che basterebbe poco per riportare la stabilità».

 
Foto: Riek Machar e Salva Kiir di Unmiss
 

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