Un “black” con tante sfumature

Il Black History Month sottolinea che la storia dei paesi cosiddetti occidentali non è soltanto bianca, e ricorda l’eredità pesante dello schiavismo

Ottobre è, per il Regno Unito, i Paesi Bassi e l’Irlanda, il “Black History Month” (Bim);

questa iniziativa “importata” negli anni Ottanta dagli Usa, dove ricorre in febbraio (come in Canada e dove la storia (come ricordavamo qui) ha origine negli anni Venti con la settimana della storia dei neri” ideata dallo storico afroamericano Carter Woodson.

Sebbene criticata da alcuni per la sua connotazione razziale, la condivisibile idea di fondo del Black History Month” è, da un lato, di riscoprire protagonisti (e protagoniste!) della storia nazionale, spesso misconosciute, e dall’altro dare il giusto peso al fatto che la storia di un paese (potremmo dire di ogni paese) non ha un solo colore.

Questo non vale solamente per gli Stati Uniti: anche l’Impero britannico ha i suoi conti da fare con il passato, come dimostra la mole di iniziative che si possono trovare su vari siti, a cominciare da un sito specifico e assai ricco dedicato al Bim, che offre, tra le altre cose, materiali destinati alle scuole.

Per limitarci all’ambito protestante, anche i siti delle varie denominazioni propongono materiali video e scritti, iniziative di sensibilizzazione e conoscenza: la Chiesa metodista, per esempio, ha inaugurato una nuova sezione del proprio sito Internet a testimonianze, indicazioni di preghiere, appuntamenti, presentando storie come quella di Sybil Phoenix, nativa della Guyana, prima donna nera a essere insignita dell’onorificenza di Member of the British Empire(mbe) nel 1973.

Anche l’Unione battista propone ogni anno sul suo sito una serie di risorse, materiali con spunti di riflessione e testimonianze, con particolare accento sui temi della giustizia e un’attenzione specifica ai rapporti con la popolazione giamaicana (anche attraverso la chiesa battista ivi presente).

Tra le iniziative della Chiesa riformata unita di quest’anno, una riflessione sulla pesante eredità dello schiavismo, con una pagina dedicata, che risponde al progetto “Legacies of Slavery” del Council for World Mission, una partnership mondiale che riunisce 32 chiese cristiane tra Africa, Pacifico, Asia meridionale e orientale, Caraibi ed Europa (per lo più Gran Bretagna: ne fanno parte, oltre alla United Reformed Church, la Federazione delle chiese congregazionaliste, la Chiesa presbiteriana del Galles, l’Unione delle chiese gallesi indipendenti), a cui si aggiunge la Chiesa protestante dei Paesi Bassi.

Il Council, erede delle storiche Società missionarie britanniche nate nella prima metà dell’Ottocento, ha avviato con le denominazioni partner questo progetto che riguarda (si legge nella pagina dedicata sul sito del Cwm) «il perdurante impatto dello schiavismo attraverso l’Atlantico sulle comunità nere di tutto il mondo».

Viene stimolata una presa di coscienza attraverso film, libri, video e podcast, articoli e saggi, culti e studi biblici, che riguardano temi complessi che negli ultimi mesi, con il movimento “Black lives matter”, hanno assunto un ruolo di primo piano in tutto il mondo: complicità delle chiese con il sistema schiavista nel passato, giustizia sociale e white privilege, giustizia riparativa, missione cristiana non imperialista.

Nella pagina web della Urc, si ricorda il ruolo pesante della Gran Bretagna nel commercio internazionale di schiavi: «Il sistema schiavistico coloniale britannico fu abolito nel 1833-8. Fino ad allora, i commercianti di schiavi britannici avevano trasportato più persone africane attraverso l’Atlantico di qualunque altra nazione. Il Governo britannico pagò 16,5 miliardi di sterline (cifra adattata all’inflazione) ai proprietari di schiavi per compensarli della perdita delle loro “proprietà”. Le persone che erano state ridotte in schiavitù non ricevettero nulla. Il prestito richiesto dal Governo britannico per effettuare questi pagamenti compensatori è stato finalmente estinto nel 2015».

Il tema del “fare i conti con il passato” è sicuramente uno dei più sentiti, ma si accompagna alla volontà di scoprire qualcosa anche sul presente: lo si vede bene nelle iniziative della Chiesa di Scozia, che proprio nel primo weekend di ottobre, nella sua ultima assemblea generale tenutasi online ha riaffermato che il razzismo è un peccato e che “black lives matter”, le vite dei neri contano, secondo il motto ormai noto. I partecipanti hanno chiesto di approfondire le questioni dell’eredità dello schiavismo e della giustizia razziale, e questo non può essere fatto senza «coinvolgere le persone di colore della Chiesa di Scozia e le chiese a maggioranza nera presenti nel Paese», in cui si possono includere ovviamente non solo le persone di ascendenza africana ma più in generale quelle inserite nella categoria Bame (Black, Asian and Minority Ethnic).

L’interessante proposta della Kirk, fatta da Mandy Ralph, pastora delle chiese di Annbank e Tarbolton (Ayrshire) in una pagina dedicata, è che basta guardarsi intorno per scoprire tracce di una “black history” scozzese, a partire dai nomi di alcune strade (Tobago Street, Jamaica Street, Antigua Street, Virginia Street) di Glasgow e Greenock, al Sugar Shed” di quest’ultima, che pochi mesi fa è stato proposto come sito per un Museo sulla storia dello schiavismo (qui se ne racconta la storia), che coinvolse numerosi commercianti e navigatori scozzesi. Anche se la prima raffineria di zucchero fu aperta a Greenock nel 1850, anni dopo l’abolizione della schiavitù nell’Impero britannico, la sua presenza testimonia una storia legata alle colonie e al mercato degli schiavi.

Anche se i neri sono presenti nella storia del Regno Unito, spiega la pastora Ralph, sono spesso sottorappresentati nei libri di storia, e il loro contributo non è riconosciuto: «Molti conoscono il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti, Rosa Parks e Martin Luther King, ma che cosa possiamo dire del movimento per i diritti civili nel Regno Unito? Quanto sappiamo della storia dei neri in Scozia?».

Se ne sanno poco loro, figuriamoci noi, verrebbe da dire: e in questo senso, i materiali suggeriti (come il documentario della BBC “Black and Scottish”, l’Intercultural Youth Scotland, o il video in cui il moderatore dell’assemblea generale della Kirk, rev. Martin Fair, si confronta con tre persone di diverse provenienza, tra cui la stessa Mandy Ralph, sulla domanda “Com’è essere neri in Scozia?”) sono davvero illuminanti.

In chiusura, la domanda è d’obbligo: non dovremmo porci le stesse domande anche in Italia? Non sarebbe il caso di fare almeno una settimana o una giornata, se non un mese dedicato alla “black history”? 

Quanti nomi raccontano storie che si tende a rimuovere e a dimenticare, a cominciare dalla famosa piazza Bengasi di Torino che chiunque, anche i suoi abitanti, pronuncia con l’accento sulla e? E che dire della storia triste e sorprendente, ricordata proprio in questi giorni a ottant’anni dalla scomparsa, della principessa etiope Romanework figlia maggiore del negus Hailé Selassié, morta di tubercolosi a soli 27 a Torino e sepolta nel Cimitero monumentale in una tomba che per decenni ha avuto come unico epitaffio “A una mamma”?

 

Foto: il Monumento agli Schiavi a Stone Town, Zanzibar, realizzato dalla scultrice svedese Clara Sörnäs sul luogo dove gli schiavi venivano trattenuti per essere venduti all’asta e successivamente imbarcati (via Istock - foto Camilla Svolgaard

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