Oscar e inclusività

In campo le nuove politiche di uno dei più importanti festival cinematografici mondiali per correggere un tiro che da anni sbaglia mira

L’immagine da sempre affascina e interroga lo spettatore, posto di fronte al un riflesso della vita o della fantasia di chi la produce. L’immagine del cinema, a differenza di uno specchio, può però essere incline a mostrare qualcosa e celare altro, ed è da sempre lo spettatore che interpreta il messaggio che arriva alla retina, influenzando chi produce l’immagine in un continuo rimando di influenze reciproche. Cambia lo specchio del cinema americano; cambia la politica degli Oscar. Criteri di inclusività si vanno ad aggiungere ai meriti tecnici e artistici per arrivare all’ambita statuetta. Produzione e cast si dovranno interrogare sulla presenza nel proprio organico di rappresentanti delle minoranze meno presenti fuori e dentro lo schermo.

Ma le risposte alla questione da parte di critici, personale del cinema e spettatori è risultato fin da subito pendere verso uno spiccato scetticismo, almeno finché non ci si ferma a guardare la questione da un punto di vista un po’ più ampio, prendendo in considerazione cosa ha portato l’Academy a introdurre queste nuove regole.

Abbiamo chiesto un parere al pastore Peter Ciaccio, appassionato cinefilo e scrittore di numerosi libri che esplorano il rapporto tra il cinema e la Bibbia, da Bibbia e Cinema a Il Vangelo secondo Harry Potter, da Il Vangelo secondo Star Wars a Il Vangelo secondo i Beatles, pubblicati per Claudiana.

«Sembrano delle regole un po’ censorie – spiega Ciaccio – perché i film, per poter essere candidabili e poi vincere, devono avere dei requisiti di inclusività: presentare delle storie dal punto di vista del genere, della rappresentazione razziale diversificata, come dicono in America. Non tutte queste regole devono essere soddisfatte, ma almeno una o due. Può sembrare bizzarro. Il tenore delle reazioni alla notizia è tendenzialmente polemico. In effetti ci sono dei film, faccio l’esempio di uno dei grandi capolavori del cinema che è Persona di Ingmar Bergman, pellicola in cui compaiono solo due donne, svedesi, in un’introspezione psicologica, che non sarebbe mai potuto essere candidato agli Oscar. Poi, Persona non ha vinto, come in genere non sono premiati i film che parlano a pochi».

Può essere una politica che fa storcere il naso, ma bisogna ammettere che gli Oscar hanno un problema di inclusività importante. L’Academy negli ultimi anni ha cercato di ampliare la percentuale di donne e rappresentanti di minoranze nel proprio organico, ma rimane un’organizzazione conposta da “pale, male and stale”, pallidi, maschi e tradizionalisti.

Continua Ciaccio: «La storia ci ha mostrato che non basta l’eterogeneità dell’Accademy per avere una scelta più varia e più vasta.

Due casi emblematici: la prima regista donna a essere candidata all’Oscar è stata Lina Wertmüller nel ‘78 con Pasqualino sette bellezze, prima di allora nessuna. La prima regista donna a vincere l’oscar è stata Kathryn Bigelow nel 2010 con The Hurt Locker. Non dico che le vittorie debbano avere un pareggio di genere, ma il fatto che l’Accademy non riesca a premiare, non dico la diversità, ma neanche ignorare tutta una serie di brave professioniste è emblematico.

È vero che ai tempi della Wertmuller in effetti le registe erano poche, ma negli ultimi 20 anni abbiamo degli esempi eccezionali, Greta Gerwig, per esempio, dimostra che ci possono essere film diretti da donne non di nicchia ma mainstream.

Anche il caso di Bong Joon-ho, regista che ha vinto l’Oscar nel 2019 con Parasite, fa riflettere sul fatto che il primo asiatico a vincere come miglior film non è un asiatico americano. Gli asiatici americani non hanno mai vinto niente. Ang Lee ha vinto ma non è americano. Lina Wertmuller è stata candidata ma non è americana. Ci sono dei problemi gravi di inclusione che credo che queste linee guida stiano cercando di correggere, visto che non si aggiustano da sole».

In effetti a guardare bene le nuove regole, che dovrebbero essere applicate dal 2024, non pare poi così difficile essere in regola per la candidatura. Innanzitutto si parla solo delle pellicole candidate a miglior film, mentre le altre categorie non sono tenute ad attenersi ai nuovi criteri.

Sono quattro le aree di attenzione.

La prima riguarda la rappresentazione di storie e personaggi. Per la candidatura è necessario soddisfare uno dei seguenti criteri: almeno uno degli attori principali o non protagonisti significativi deve provenire da un gruppo etnico o razziale sottorappresentato, almeno il 30% di tutti gli attori in ruoli secondari e minori deve provenire da almeno due gruppi sottorappresentati, la trama principale, il tema o la narrazione del film devono essere incentrati su un gruppo sottorappresentato.

C’è poi l’area leadership creativa e team di progetto per il quale almeno due delle posizioni di leadership creativa e capi dipartimento devono provenire da gruppi sottorappresentati, oppure almeno sei altri membri della crew/squadra e posizioni tecniche (esclusi gli assistenti alla produzione) devono provenire da un gruppo razziale o etnico sottorappresentato.

La terza area riguarda stagisti e nuovi assunti dalla produzione: servirà che la società di distribuzione o finanziamento del film preveda apprendistati o stage per persone che provengono da gruppi sottorappresentati e che la società di produzione, distribuzione e/o finanziamento del film offra loro opportunità di formazione e/o lavoro per lo sviluppo delle competenze.

Infine lo studio e/o la compagnia cinematografica deve avere più dirigenti senior interni tra i gruppi sottorappresentati nei loro team di marketing, pubblicità e/o distribuzione.

Con gruppi sottorappresentati vengono intesi donne, rappresentanti di gruppi etnici, LGBTQ+, persone con disabilità cognitive o fisiche, non udenti o ipoudenti

Per un paese così ricco di diversità come gli Stati Uniti, quanto potrà essere difficile?

Ma come funziona in Italia? Secondo «Per certi versi bene – spiega Peter Ciaccio – perché abbiamo alcuni buoni registi, alcuni eccellenti, alcuni interpreti molto bravi. Sulle attrici non c’è forse una giusta politica dei produttori che relega alcune brave artiste al teatro. Non è un problema della donne, è una problema della produzione che non lavora bene. Ecco perché è importante l’inclusività. Abbiamo registi, come Sorrentino, che sono di caratura internazionale: basta vedere quali attori riesce a chiamare. Su Wikipedia basta andare a vedere i candidati agli Oscar degli anni ‘50, ‘60 e ‘70, ci si rende conto che c’erano tanti italiani candidati nella sceneggiatura o per la regia. Siamo il paese che ha ricevuto più Oscar al film straniero e a vedere ora quei film pare proprio che abbiamo perso quella capacità di innovare e fare scuola. Io sono molto preoccupato ogni volta che in un festival vince un film italiano che parla di mafia, non perché non si debba parlare di mafia, ma perché ho l’impressione che quello che stiamo trasmettendo all’estero è che gli italiani facciano bei film di mafia ma il resto non esiste, non un bel film sul rapporto padre-figlia, sull’invecchiamento, sull’immigrazione».

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