Persone migranti, la parola dimenticata è Umanità

Una visione utilitaristica, anziché un doveroso senso di solidarietà, sembra dominare le proposte in discussione alla Commissione europea in materia di migrazioni: serve un salto di qualità per evitare altre morti

Che cosa significa solidarietà? Nel vocabolario Treccani, è un «reciproco sostegno che nasce da un sentimento di fraternità, dalla consapevolezza comune, dalla condivisione di interessi e fini». Una parola che solo nel 1800 in Francia assume le connotazioni di un sentimento di fratellanza universale.

Alle origini però deriva più da una convenienza economica che da un sentimento umanitario. Solidarietà viene infatti dal latino solidum che significa moneta, dunque soldi. Da condividere per una crescita sociale comune ma pur sempre in una visione utilitaristica. Ecco che, più che nella forma romantica, le proposte presentate dalla presidenza della Commissione Europea per “equilibrare” la distribuzione dei migranti sbarcati nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sembrano avere un fine utilitaristico più vicino all’accezione di solidarietà usata nel diritto: «un rapporto obbligatorio con più debitori o con più creditori caratterizzato dal fatto che la prestazione può essere richiesta ad uno solo o adempiuta nei confronti di uno solo avendo effetto anche per gli altri».

Insomma, se viviamo in una comunità, per stare bene dobbiamo condividere non solo gli onori ma anche gli oneri. Perché conviene a tutti. In questo caso, l’onere è rappresentato da esseri umani. Persone che arrivano senza essere invitate ma che non si possono cacciare nell’immediato. Chi vuole se li tiene, chi non li vuole li rimanda indietro, chi non vuole ospitarli paga i paesi di primo approdo per il disturbo e si impegna a rispedirli a casa loro.

Da un lato, si vuole in qualche modo assecondare i “paesi Visegrad” dell’Est dell’Unione europea, che con l’Austria da sempre si oppongono alla condivisione dei migranti ma che al contempo usufruiscono dei benefici economici di chi è dentro l’Unione. Per loro è stata pensata la possibilità di prendere in carico un gruppo di persone da rimpatriare che, nell’attesa, resteranno nello Stato di primo approdo a cui si darà il sostegno economico per l’accoglienza e per il trasferimento. D’altro canto, questo modo di affrontare i flussi migratori manca non solo di una visione globale del fenomeno quanto soprattutto di una visione verso l’altro che non è un semplice oggetto da rimandare indietro al mittente.

Nel documento presentato da Ursula Von der Leyen c’è una parola che sembra dimenticata: Umanità. L’Umanità che continua a viaggiare rischiando la vita. Nei giorni in cui si dibatte in ogni dove sulle parole della presidente della Commissione Europea e sui capitoli del documento a breve in discussione in Consiglio, centinaia di persone continuano a scalare montagne e ad attraversare mari. Molti spariscono durante il viaggio: dispersi nei boschi, morti schiacciati dal camion sotto il quale si sono aggrappati, inghiottiti tra i flutti del Mediterraneo centrale.

Il 25 settembre l’agenzia IOM Libia (Organizzazione interna- zionale per le migrazioni) riferisce di un ennesimo naufragio: oltre 15 le vittime. E questo accade alla vigilia dell’anniversario dei 368 morti di Lampedusa che, inabissandosi davanti la “porta d’Europa”, il 3 ottobre 2013, per la prima volta attivavano la solidarietà intesa come fratellanza universale. La morte di 368 persone sembrava aver toccato i cuori, facendo sentire tutti più vicini ai popoli costretti a lasciare la propria terra per guerre, fame, carestie.

Eppure, una settimana dopo, l’11 ottobre del 2013, un altro barcone fu lasciato affondare tra Malta e Lampedusa nonostante i ripetuti appelli alle guardie costiere italiana e maltese che cercavano di evitarne lo sbarco nei rispettivi porti. 268 i morti, tra questi 60 bambini. Questo ci insegna che nei palazzi dove si pigiano i tasti sarà sempre la convenienza a spingere la solidarietà sebbene le leggi tutelino in prima istanza le vite umane.

Quello che infatti, al momento, manca nel Migration Pact è la possibilità di vie legali con la messa a punto di ingressi legali e corridoi umanitari da paesi come la Libia, dove migliaia di persone sono ancora in detenzione in luoghi dove subiscono torture o vengono sfruttate e abusate. Manca la possibilità per alcune categorie di migranti di viaggiare con un visto in mano: unico deterrente contro le organizzazioni criminali e fonte di sicurezza per chi parte e per chi accoglie.

C’è poi un altro punto incompleto: quello dei salvataggi di vite umane a mare che la presidente della Commissione Europea indica come necessari e indispensabili ma che tuttora latitano nel Mediterraneo dove non si intravede il barlume di un nuovo dispositivo militare europeo per la ricerca e soccorso. E dove le poche navi umanitarie che erano tornate a operare ricerca e soccorso sono state di nuovo tutte bloccate con cavilli amministrativi o con indagini per presunti reati ancora non dimostrati. Fermato anche l’aereo della Ong tedesca Sea Watch che pattugliava dall’alto l’area tra la Libia, Malta e Italia dove decine di persone sono annegate nel buio generale.

È pur vero che affrontare il tema migratorio non è mai stato facile per nessun governo, singolo o unitario che sia. E ora, con la pandemia in corso, mettere sul tavolo una soluzione condivisa è ancora più complesso. Perciò va apprezzato anche un primo passo avanti nella definizione di un nuovo patto che andrebbe comunque a sostituire le restrizioni e i cavilli del “Dublino III”. Sebbene sia un topolino partorito da un elefante, questa proposta è comunque un movimento, una vita che nasce e va nutrita per farla crescere meglio. Magari inserendoci dentro la parola Umanità, quella che non sempre si incontra con la solidarietà dei “solidi”.

Foto: Confine Libia-Tunisia

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