Dov'è il tuo Dio?

La scoperta di gas su Venere mette in crisi il nostro rapporto con la teologia?

«Dov’è il tuo Dio?» è la domanda che mi ha rivolto un docente di chimica in pensione, lucido, perspicace, sempre aggiornato, interessato al legame tra scienza e teologia. Lo conosco da anni, protestante per tradizione, ma non crede in Dio. Sostiene la chiesa economicamente perché, come egli afferma, «genera coraggio e annuncia un messaggio di pace e di speranza in una società liquida». Pochi giorni fa, nel nostro ultimo incontro, mi ha chiesto che cosa pensassi della recente scoperta riguardante la possibilità di vita su Venere. Di fronte al silenzio che ne è seguito, ha aggiunto: «Dov’è il tuo Dio?». Ha lanciato la sfida con un sorriso ironico il quale, un istante dopo, si è trasformato in uno sguardo assorto, come per dire: «vediamo ora cosa il pastore ha da dirmi». 

Avrei voluto dirgli che, in particolare nella tradizione protestante, le scoperte scientifiche e le argomentazioni teologiche coesistono perché rispondono a domande diverse dell’esperienza umana. Avrei voluto anche citare Friedrich Nietzsche, che oltre un secolo fa scriveva: «In realtà fra la religione e la vera scienza non ci sono parentele, né amicizia e neanche inimicizia: vivono semplicemente su pianeti diversi». Avrei voluto aggiungere che ho un grande rispetto per la scienza la quale, tramite un processo di teorie, verifiche e “falsificabilità” (come direbbe il filosofo Karl Popper, 1902-1994), ci ha consentito di capire meglio l’universo di cui facciamo parte e, anche di fronte a fenomeni come il Coronavirus, mantiene aperte le porte della speranza.

Quasi leggendo i miei pensieri e prima che potessi aprire bocca, il mio caro chimico ha messo le mani avanti: «Non credi che avesse ragione Margherita Hack quando diceva che siamo figli delle stelle?». E ha proseguito parlandomi della scoperta di fosfina nell’atmosfera di Venere, gas spia che fa sorgere una concreta ipotesi della presenza di vita su quel pianeta.

Mentre parlava ho pensato che avrei anche potuto dirgli che per i credenti l’esistenza di Dio non ha bisogno di giustificazioni perché è un atto di fede e che la sua esistenza si riconosce nel creato. Nel creato? No, mi son detto, come faccio in questo momento a dare una risposta simile? Poi, finalmente, ho smesso di cercare nel mio fagotto interiore risposte che in quel momento sarebbero comunque state evanescenti e ho continuato ad ascoltarlo con tutta l’attenzione possibile. Dopo avere sciorinato la sua competenza, ha concluso ribadendo la domanda iniziale: «Allora pastore dov’è il tuo Dio? Non ti rendi conto che questa nuova scoperta va oltre quelle di Copernico e di Galileo e che, di fatto, sbriciola il fortino della tua fede?».

In quel momento mi sono sentito come l’autore del Salmo 42, probabilmente un levita costretto a lasciare Gerusalemme che, abbattuto, sente che si sta muovendo «di abisso in abisso» con il solo conforto delle lacrime che sono il suo «cibo quotidiano». Non è solo il dolore per un’ingiustizia subita a farlo gridare come una «cerva assetata», ma anche il fatto di sentire le voci di chi gli chiede: “Dov’è il tuo Dio?” Dopo aver manifestato con uno straordinario linguaggio poetico la sua esperienza di smarrimento, il salmista trova la sua consolazione in una voce interiore che gli trasmette conforto con altre domande: «Perché ti abbatti anima mia? Perché ti agiti in me? Spera in Dio».

Alla fine dell’incontro col chimico, non ci sono state voci interiori che mi hanno consolato o permesso di dare una risposta. È rimasta invece dentro di me la sua domanda: dov’è il tuo Dio? Se questo interrogativo fosse nato nell’ambito di un discorso legato al Coronavirus, avrei forse ugualmente avvertito un certo disagio, ma in qualche modo mi sarei sentito più equipaggiato per provare ad articolare e a ribadire la mia fede e la mia speranza in Dio. E invece in questo caso ho preferito il silenzio. Ho detto al caro chimico che ci avrei pensato e che ne avremmo parlato. L’appuntamento è fra un paio di settimane, ma non so ancora che cosa gli dirò.

Invidio quei teologi che hanno risposte pronte, che magari sono articolate ogni volta in modo diverso, ma che in fondo sono sempre le stesse. Per quanto mi riguarda, vivendo al fronte, sono costretto a maturare e a strutturare continuamente un diverso modo di essere e di pensare, non tanto per dare risposte, quanto per esserci quando le domande scottanti sorgono. 

Mentre mi avviavo alla porta, il chimico mi ha salutato con la consueta gentilezza e mi ha detto: pastore, non si preoccupi, il mio sostegno alla chiesa non è in discussione!

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