Beirut, il racconto degli operatori di Mediterranean Hope

Sono almeno 137 morti e 5mila feriti a causa delle esplosioni nel porto, gli sfollati sono 300mila

Un’autobomba, un bombardamento, un terremoto. Sono stati questi i primi pensieri degli operatori di Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, a Beirut, l’altro ieri, dove si trovano per organizzare la ripartenza dei corridoi umanitari dei profughi siriani via Libano.

«Ero in albergo, vicino al nostro ufficio, che si trova a cinque chilometri circa dal porto, nel quartiere di Sodeco – racconta Luciano Griso, medico responsabile del progetto Medical Hope – quando ho sentito una prima detonazione, ho pensato potesse essere un terremoto, poi una seconda detonazione e ho visto i vetri delle finestre che saltavano. Mi sono nascosto sotto il letto e ho pensato a quel punto che fosse stata un’autobomba. Sono uscito sul balcone e ho realizzato che doveva essere successo qualcos’altro, ho visto tanta gente che scappava». Attimi di «grande paura», che hanno condiviso anche altri gli altri operatori presenti in città. Uno di loro, di nazionalità siriana, è stato leggermente ferito al viso, a causa dell’esplosione dei vetri e dei crolli di materiali. È stato medicato dal referente di Medical Hope e sta bene.

Simone Scotta, coordinatore di MH in Libano, e l’operatrice Irene Vlad si trovavano invece a Geitawi, un quartiere ancora più vicino al porto, in due differenti abitazioni.

«Ho sentito un boato – spiega Irene Vlad –, mi è sembrato un aereo invece era l’onda d’urto dell’esplosione: sono scoppiate le finestre e saltate le porte, io e il mio compagno a quel punto ci siamo buttati per terra, pensando fosse un bombardamento. Aspettavamo che passasse. Dopo 10 minuti siamo scesi al piano terra, c’era tutto il palazzo in strada, c’erano dei feriti, di fronte all’edificio sorge un ospedale ed era pieno di gente che non facevano nemmeno entrare, ho visto una ragazza con dei vetri che le si erano conficcati nelle spalle…E abbiamo aspettato lì, cercato di capire il da farsi. Il quartiere è completamente distrutto, la gente ferita».

«Io ero a casa e stavo leggendo con la finestra aperta, una fortuna visto che poi tutte le finestre si sono frantumate – dichiara Simone Scotta –, ho sentito un’esplosione fortissima, di scatto mi sono alzato e dopo pochi secondi ne ho sentite altre due. Ho pensato a delle bombe. Mi sono spostato in corridoio e sono rimasto li, steso a terra, per un po’, credo un’ora, impaurito, contattando chi ho potuto al telefono».

Oggi, due giorni dopo quel disastro, si contano i morti, i feriti, la devastazione di una città già stremata dalla crisi economica.

«È tutto distrutto, è impressionante – continuano –. Ora è il tempo degli aiuti, anche perché gli ospedali sono già al di sopra delle loro capacità».

Per quanto riguarda il lavoro e la presenza di Mediterranean Hope, mentre nelle ultime settimane lo staff era impegnato nell’organizzare la ripartenza dei corridoi umanitari dei siriani dal Libano, i prossimi giorni, forse settimane, serviranno per valutare il da farsi. Le famiglie già inserite nel progetto, con le quali gli operatori della Fcei sono in contatto, stanno bene, la maggior parte non vive a Beirut e non nelle vicinanze del luogo dell’esplosione.

«Verificheremo anche con altre organizzazioni – continua Scotta –, Ong e realtà con le quali già collaboriamo quali sono i bisogni e le necessità più urgenti e quali interventi possiamo mettere in campo. Proprio per questo abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione (della quale forniremo a breve tutte le informazioni, ndr)».

Intanto, la solidarietà del popolo libanese è già partita.

«Ci sono persone che stanno cucinando per strada, contadini che regalano i loro prodotti…I negozi sono tutti chiusi, a parte i generi alimentari, gli edifici sono stati tutti o quasi danneggiati. Ma gli aiuti “dal basso” si vedono a ogni angolo, in ogni piazza. E’ la classe media, forse, che non è abituata in qualche modo a chiedere aiuto, che si è impoverita negli ultimi mesi di profonda crisi economica e ora, dopo quest’ennesima tragedia, non sa nemmeno come domandare solidarietà, soccorso…», aggiunge l’operatrice di Mediterranean Hope.

Il Covid19, in questo quadro, sembra essere l’ultimo dei problemi, nel contesto di una città al collasso. Ed è salito intanto ad almeno 137 morti, 5mila feriti il bilancio delle esplosioni nel porto, gli sfollati sono 300mila. Mentre il presidente francese Emmanuel Macron oggi è in visita a Beirut, gli analisti si interrogano sulla dinamica e sulle responsabilità di quanto successo nella capitale libanese. Il popolo, in mezzo, pensa a come rialzarsi da una nuova catastrofe, mentre la nostra casa, il Mediterraneo, brucia, come ha scritto Alberto Negri su Il manifesto. E non (solo) per un possibile incidente.