Una piccola chiesa in mezzo alla tempesta

La testimonianza della pastora Maria Eduarda Castanheira Titosse, della Chiesa evangelica presbiteriana del Portogallo: la crisi economica e sociale, la richiesta di aiuto

Stiamo vivendo un’estate strana, fra la speranza che prima o poi l’emergenza finisca e il timore che l’epidemia riprenda forza. Le notizie di focolai e di situazioni gravissime non fanno che aumentare il senso di incertezza. Anche le chiese vivono, quotidianamente, tutti i problemi della crisi, inclusi quelli economici: non è ancora possibile fare una valutazione, ma qualcuno i conti li ha già fatti e in alcuni paesi la situazione è grave. Lo è per esempio nella piccola Chiesa evangelica presbiteriana del Portogallo, circa 2000 membri e 12 pastori, la più antica chiesa non-cattolica del Portogallo, fondata ufficialmente nel 1944 ma nata dall’opera di missionari scozzesi a metà del XIX secolo. La chiesa fa parte dei principali organismi internazionali di chiese, ed è membro della Cepple, la Conferenza delle chiese protestanti dei paesi latini d’Europa (dei cui incontri annuali abbiamo riferito più volte su Riforma).

La situazione della chiesa è molto grave, racconta Maria Eduarda Castanheira Titosse, ex insegnante, una delle prime due portoghesi a diventare pastora in questa chiesa, nel 2009 (l’altra è Sandra Reis). Attualmente è in servizio nelle chiese di e Portomar (Mira) e Bebedouro, dove c’è una grossa comunità e dove ha svolto il suo periodo di prova.

Nei mesi del lockdown, ci spiega, la chiesa si è trovata a «non avere denaro per pagare gli stipendi dei pastori. Il 45% del nostro reddito arriva dalle chiese: il 30% di loro ha smesso di inviare le proprie contribuzioni, un altro 20% ne sta inviando la metà, perché la gente ha perso il lavoro e quindi non ha soldi, e alcune chiese hanno dirottato le loro contribuzioni per aiutare le famiglie bisognose. Una grande parte delle entrate delle chiese arriva dalla raccolta fondi, attraverso pranzi, bazar e simili: sono circa 2000 euro in meno al mese».

Il restante 55% del reddito proviene dagli affitti, ma anche qui le entrate si sono ridotte perché il mercato degli affitti è crollato, spiega Titosse, «molto peggio che nel 2011: la maggior parte degli inquilini sta pagando metà dell’affitto, altri non stanno pagando affatto, e alcuni appartamenti sono sfitti. Parliamo di 5000 euro in meno ogni mese».

Nel periodo del lockdown i pastori hanno fatto domanda di disoccupazione: «Ci siamo rivolti al sistema governativo creato appositamente per fare fronte alla pandemia. Molti servizi e aziende hanno completamente fermato le loro attività, e la gente ha ricevuto il 70% del salario, pagato in parte dalla previdenza sociale e in parte dal datore di lavoro, che nel nostro caso è la chiesa. Ma solo 6 dei nostri pastori rientravano in questa categoria, gli altri sono lavoratori part-time o pensionati. Ora che le chiese hanno ufficialmente riaperto non possiamo più ricevere gli assegni di disoccupazione».

Oltretutto, il 70% di uno stipendio medio di 850 euro al mese, come quello pastorale, rendeva le cose molto difficili, in particolare per tre pastore su cui grava totalmente il mantenimento di figli e nipoti: per questo la Chiesa ha lanciato un appello alle chiese europee sorelle, «chiedendo se c’era qualche programma di aiuto che le chiese avevano messo in atto per aiutare altre chiese nel bisogno».

L’aiuto è arrivato dalla Chiesa evangelica della Germania, che ha donato 5000 euro attraverso il GAW - Ökumenisches Pfarrerhilfe, rendendo possibile pagare pienamente gli stipendi di aprile e maggio. Il Gustav-Adolf Werk, organizzazione delle chiese evangeliche tedesche, aiuta le chiese  e i pastori protestanti in vari paesi del mondo in cui sono una piccola minoranza; ha relazioni molto strette e proficue con la Chiesa valdese, anche attraverso il sostegno economico a progetti internazionali attraverso i fondi otto per mille.

L’emergenza purtroppo non è finita, commenta la pastora: «In giugno speravamo che le cose andassero meglio, ma a Lisbona la situazione non sta migliorando, le chiese hanno riaperto ma le persone anziane (la maggioranza dei membri di chiesa) non sta tornando». A ciò si aggiunge la situazione preoccupante del paese che, da modello virtuoso di contrasto alla diffusione del Covid-19 in aprile, sta registrando un forte aumento di casi, soprattutto nella zona di Lisbona, il che ha costretto all’isolamento per due settimane per 700.000 abitanti. Resta dunque vivo l’appello della piccola chiesa alle sorelle europee: «Pregate con noi… Fino a questo punto il Signore ci ha aiutato! Possa Dio inviarci luce e salvarci!».

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