Chiese, Diaconia e migranti

I valdesi del Ponente ligure lanciano un appello ricordando l’opera pionieristica di Louisa Boyce, fondatrice dell’Asilo evangelico di Vallecrosia

I consigli delle chiese valdesi del Ponente Ligure (Sanremo-Bordighera-Vallecrosia e Imperia) hanno inviato nei giorni scorsi alla Diaconia valdese un appello a «ricercare e trovare insieme delle vie e dei mezzi ragionevoli per dare accoglienza temporanea – un alloggio con dei servizi igienici – soprattutto a madri con bambine e bambini, spesso prive di protezione». La presenza di migranti sul territorio, si legge, «sopravvissuti al deserto, ai campi di detenzione libici e al mare, sprona soprattutto noi, che ci diciamo credenti, a ricavare opportunità in cui offrire in maniera creativa un nuovo contesto per la costruzione del bene comune della città, per resistere al degrado sociale e all’indifferenza, per anticipare nuovi modelli culturali di giustizia ed equità, fondando nel nostro piccolo nuove dinamiche relazionali scaturenti dal rispetto reciproco e dalla dignità inalienabile della persona, che esigono però in primo luogo il riparo di un tetto, l’accesso ai servizi igienici primari, ad un letto e ad una tavola».

Attualmente, continua la lettera, «il Campo Roja, avviato alla chiusura, ospita un numero molto basso di migranti – neanche un centinaio, mentre nella sua storia critica iniziale, vi erano accolte più di seicento persone; il personale della Croce Rossa, insieme alle altre organizzazioni che vi possono accedere, tra cui la stessa Diaconia valdese, è impegnato anche nel monitoraggio sul territorio, offrendo un’assistenza immediata, e tenendo in considerazione i diritti degli ospiti, in particolare attraverso uno sportello di consulenza legale e sanitaria».

«Ci sentiamo interpellati come comunità sul territorio – ci spiega il pastore Jonathan Terino, in contatto con gli operatori della Diaconia valdese sulla frontiera – e ci chiediamo se sia possibile non solo facilitare la presenza e il transito dei migranti e richiedenti asilo con lo sportello legale, ma anche dare una testimonianza, laddove altre porte si stanno chiudendo, attraverso il supporto logistico: per esempio, il reperimento di appartamenti dove offrire ospitalità anche temporanea a madri e figli; da questa iniziativa potrebbero svilupparsi nuove sinergie e relazioni costruttive, non solo emergenziali». 

Perché qualsiasi progetto di integrazione a lungo termine, dice il pastore «deve partire da un tetto, un letto, una tavola, dei servizi igienici. Non è pensabile che i vicoli, i sottoponti, il greto del fiume, l’area del mercato o della stazione di Ventimiglia, debbano svolgere questa funzione».

Per questo, nella lettera le chiese sostengono «la necessità di non chiudere ma di riaprire a tutti il campo gestito dalla Croce Rossa per riammettere i migranti che continuano ad arrivare a Ventimiglia. Si tratta di individui e di nuclei familiari, donne e bambini, che avrebbero diritto a un’accoglienza temporanea, ma che attualmente vivono in condizioni estreme, privi di assistenza, negli immobili abusivi adiacenti il campo, in spiaggia e lungo il fiume, e in strada.

Le associazioni che operano sul territorio hanno chiesto alla Prefettura di riaprire a tutti i migranti in transito e ai richiedenti asilo il Campo Roja, come unica soluzione che permetterà una riduzione delle tensioni sociali. Infatti le condizioni sociosanitarie precarie […] intensificano il senso di paura e disagio tra cittadini residenti locali e migranti. Sappiamo, però, che l’attuale politica del governatore della Liguria, come del Prefetto di Imperia e del Sindaco di Ventimiglia, fiancheggiato dalle recenti posizioni di chiusura dell’attuale vescovo cattolico, non favorisce questa opportunità di costruzione solidale».

Le chiese valdesi liguri sperano di poter continuare a lavorare in sinergia con la Diaconia, alla quale esprimono gratitudine per la presenza sul loro territorio, «sostenendola con una missione, una visione», conclude Terino, come quella che fece nascere l’Asilo evangelico, oggi Casa per ferie, di Vallecrosia. L’opera, citata anche nella lettera, nacque per iniziativa della benefattrice inglese Louisa Boyce, ricorda il pastore, «per una visione pionieristica di inserimento, sostegno e formazione di orfane appartenenti alle fasce più deboli della società, in tempi decisamente avversi (basti ammirare l’opera monumentale dei Salesiani sorta di fianco per contrastare l’avamposto “protestantico”!)».

Oggi la funzione e il status giuridico della Casa sono cambiati, ma le chiese che discendono in parte proprio da quell’impegno vogliono mantenere vivo (si legge ancora nella lettera) lo spirito di «quell’avamposto diaconale che tese una rete solidale verso le generazioni più fragili e trascurate del tempo».

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