Virtuali, vitali, virali

Negli Usa, la Chiesa presbiteriana ha diffuso delle linee guida su come riaprire le chiese dopo il lockdown, con molte accortezze e limitazioni: e se la soluzione fosse restare online?

Mentre è ormai certo che la prossima Assemblea generale (fine di giugno) si terrà solo in modalità online e in forma ridotta, la Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti (PcUsa) si interroga sul post-crisi Covid, in particolare che cosa vorrà dire tornare al culto pubblico, tra mascherine e distanze di sicurezza.

Una proposta concreta, con tanto di check list, è stata diffusa alla fine di aprile dal Consiglio delle chiese del Wisconsin, che comprende oltre a quella presbiteriana una ventina di altre chiese e organizzazioni religiose (metodisti, battisti, luterani, riformati, ortodossi, episcopali, mennoniti…).

Returning to Church” tornare in chiesa, il titolo evocativo del documento, è una guida offerta a pastori e leader laici in vista del ritorno alle celebrazioni “in carne e ossa” per aiutarli a prendere decisioni, naturalmente seguendo quanto verrà deciso a livello governativo.

Dopo la fase 1, si sta considerando – come in Italia – la possibilità di effettuare, sempre mantenendo le distanze e le norme sanitarie, culti dal vivo per assemblee fino a 50 persone, pur continuando a raccomandare di stare a casa alle persone in condizioni di salute precarie o con più di 60 anni.

In questa fase, il documento raccomanda la prosecuzione della modalità dei culti online a fianco di quella dal vivo, e sottolinea i rischi insiti in alcuni momenti, quali la comunione e il canto, raccomandando di non effettuarli, di non usare innari e Bibbie dai banchi, di non soffermarsi insieme prima o dopo il culto, oltre a modalità sicure per la raccolta delle offerte.

Il documento consiglia inoltre celebrazioni all’aperto o in locali più grandi, e di promuovere piccoli gruppi: questa può essere, si legge nel documento, «l’opportunità per rinnovare le relazioni, o avviare nuovi gruppi, [che] possono fornire supporto spirituale ed emotivo reciproco» e fornire un nuovo assetto per la vita della comunità.

Nei giorni scorsi, poi, la PcUsa ha prodotto un suo documento, “Tornare al culto pubblico: considerazioni teologiche e pratiche, in cui vengono affrontati gli stessi punti di quello citato sopra, con linee guida pastorali, valutazione dettagliata dei rischi, norme da rispettare nei vari momenti del culto, il cui intento è favorire “decisioni responsabili” da parte delle chiese in una fase in cui i rischi sono ancora molto alti.

E c’è già chi, come il pastore presbiteriano Richard Hong di Englewood, New Jersey, considerando le condizioni imposte dalle norme di sicurezza (immaginate davvero che cosa vuol dire fare un culto a quasi 2 metri l’uno dall’altro?), prevede che molti continueranno a preferire i culti online: e allora perché non realizzare un culto “ibrido”, con una serie di accortezze tecniche (telecamera, microfoni…), che possa essere funzionale sia per l’ascolto dal vivo sia per quello in video? 

Per diverse chiese presbiteriane numericamente piccole e con scarsi mezzi finanziari, si legge in un altro articolo, l’emergenza Covid ha spronato le comunità a trovare le risorse, si è rivelata utile per incrementare la loro visibilità, con un aumento di persone che seguono i culti, magari genitori o figli trasferiti altrove. L’apprezzamento per questo tipo di incontro emerge dal commento di un fedele: «È bello fare un culto in cui ci si guarda tutti in faccia, invece di uno in cui si vedono solo le nuche degli altri!».

Il pastore J. Herbert Nelson, portavoce dell’assemblea generale della PcUsa, è convinto che questa fase, senza dimenticare i molti traumi causati dal Covid-19, sia «un’opportunità per considerare un nuovo modo di essere chiesa nel XXI secolo, il momento di cambiare direzione», e conclude: «Forse non avremo lo stesso tipo di assemblea ma abbiamo la stessa missione, la stessa speranza, continueremo a essere una chiesa impegnata nel mondo in cui vive: non stiamo morendo, ci stiamo riformando».

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