In carcere un “gregge multireligioso”

L’esperienza di Nancy Sehested, pastora battista e cappellana nelle prigioni

«Tossici, assassini, ladri, pedofili, stupratori… e quelli sono solo i battisti»: è una delle frasi memorabili del libro Marked for Life (2019), raccolta di riflessioni e testimonianze su tredici anni di vita come cappellano in due carceri di massima sicurezza negli Usa. In inglese il titolo ha un duplice significato. Da un lato “segnati a vita” come sono a vita molte delle sentenze degli uomini di cui il libro parla; dall’altro “segnati” per o a favore della vita secondo il senso del marchio di Caino. Infatti, il marchio di Caino era, tutto sommato, un segno di protezione e di misericordia divina. Non c’è dubbio che anche chi scrive è stato segnato a vita da questa esperienza.

Ciò che rende il libro speciale è che a scriverlo è Nancy Hastings Sehested, nome che a qualcuno o qualcuna non è del tutto sconosciuto. Infatti, fu la sua chiamata come pastora di una chiesa battista del Tennessee a portare nel 1987 all’espulsione di quella chiesa dalla Convenzione battista del Sud e poi alla formazione di altri raggruppamenti di chiese come l’Alleanza di Battisti che accoglie (anche come pastori) donne e uomini, persone di diversi orientamenti sessuali o identità di genere.

A quell’epoca Nancy rimase in prima linea nella discussione sull’ammissione delle donne al pastorato nelle chiese battiste, diventando sia un simbolo di speranza per alcuni e alcune sia un bersaglio di odio per altri e altre. «Niente mi aveva preparato per l’assoluta cattiveria di alcuni cristiani», scrive. Scopre però che diventare un simbolo è logorante. A lungo andare le aspettative nei suoi confronti collidono con il suo sentire come persona e le sue varie delusioni la portano a lasciare il pastorato. È allora che comincia questa straordinaria avventura come cappellana.

Nel suo “gregge” trova ebrei, cristiani, musulmani, buddisti, nativi di America, rastafari e una serie di altri gruppi riconosciuti dal sistema carcerario. A lei e alla sua équipe compete organizzare e sorvegliare i vari riti e cerimonie religiosi ammessi in carcere nonché una serie di altri compiti come notificare ai detenuti il decesso di un loro parente. Molte, ovviamente, le regole a cui deve sottostare, e che non sempre ricorda. 

Il libro non si propone di analizzare il sistema carcerario statunitense né il suo razzismo bensì far vivere le storie di uomini che a causa dei loro crimini sono “segnati a vita”. Nel raccontarle Nancy fa vivere anche la sua storia di donna in un mondo maschile e sessista (non dissimile, viene da pensare, alla Chiesa che l’aveva espulsa). 

È una storia di coraggio e di paura, di qualche successo e molti errori, raccontata con umiltà e un grande senso dell’umorismo (che dire delle molteplici conversioni da una fede a un’altra per aver i supposti vantaggi, il cristiano che diventa buddista per poter mangiare vegano, per esempio...). Un racconto che dà un volto alle persone che l’autrice incontra dietro le sbarre e talvolta in catene. È soprattutto la storia di una fede alle prese con la complessità dell’esistenza, consapevole che «non sappiamo mai l’impatto che hanno le nostre vite che si intersecano con altre». E sebbene le sue storie abbiano a che fare con detenuti e guardie carcerarie, alla fine è difficile evitare la sensazione che riguardino ogni comunità umana, incluse le chiese.

Nancy Hastings Sehested esce dal carcere con un nome nuovo, “cerva ricalcitrante”, datole dal “responsabile della pipa” dei nativi americani. Tale nome indica, le spiegano, il «suo cuore gentile e il suo spirito combattente». Scritto con passione e profondità teologica, il libro testimonia che la speranza può nascere in mezzo alle circostanze più disparate e che, talvolta siamo presenti al suo parto.

 

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