Giovani costruttori di pace

In Burundi, fra un mese al voto, si temono violenze: la Chiesa anglicana, insieme all’Unicef, punta sull’educazione dei giovani alla coesione sociale

In vista delle prossime elezioni, previste per il 20 maggio, la Chiesa anglicana del Burundi, in collaborazione con l’Unicef, sta svolgendo un intenso programma di formazione in “costruzione della pace” rivolto ai giovani. Da diversi mesi, circa 15.000 ragazzi e ragazze sono stati coinvolti in attività sociali finalizzate a potenziare la coesione sociale tra i membri delle loro comunità, in particolare nel sud del paese (Rumonge, Nyanza, Mabanda, Kibado), facendo in modo che i giovani stessi siano d’esempio per i loro coetanei, ma anche per gli adulti.

Il programma di formazione, spiega Anglican news, costituito da incontri settimanali, intende sensibilizzare le nuove generazioni (quasi metà della popolazione qui ha meno di 15 anni) alle questioni legate all’instabilità sociale, come la povertà o la disoccupazione, per stimolarli a essere cittadini consapevoli e attivi, a progettare nuove soluzioni. A fianco di questa attività di discussione, il progetto ha previsto l’avvio di attività economiche tramite piccoli prestiti, grazie ai quali ragazzi e ragazze hanno potuto creare fonti di reddito: nella zona di Nyana, per esempio, un gruppo di ragazze ha investito nella coltivazione del riso.

Ma perché investire in questo tipo di progetti proprio in questo periodo pre-elettorale? La Chiesa anglicana del Burundi è consapevole che per il Paese è particolarmente importante, per favorire lo svolgimento corretto e consapevole delle elezioni e impegnare i giovani cittadini nella costruzione di una pese pacifico. Come ha commentato il vescovo di Matanya, Seth Ndayirukiye, «le elezioni dovrebbero essere considerate un normale processo, che ha la potenzialità di aiutare il progresso del paese attraverso un ulteriore sviluppo, piuttosto che essere fonte di conflitto e crisi». 

Le preoccupazioni del vescovo e della Chiesa anglicana non sono astratte, in quanto (come avevamo rilevato qui a fine ottobre) essi temono il ripetersi della situazione verificatasi nella precedente tornata elettorale, in cui i giovani elettori erano stati manipolati. Una preoccupazione ancora più forte è quella espressa poche settimane or sono dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, che ha rilevato una situazione di crescente deterioramento dal punto di vista economico, politico e della sicurezza, per esempio con la presenza di un gruppo di giovani legati al Consiglio nazionale per la difesa della democrazia attualmente, partito al potere con il presidente Pierre Nkurunziza, responsabili di diversi attacchi contro politici dell’opposizione e le loro famiglie. Il gruppo è responsabile, secondo i commissari Onu, di «omicidi, sparizioni, arresti e incarcerazioni arbitrari, atti di tortura e violenze sessuali».

Una situazione che fa paura, pensando al passato del piccolo stato africano, poco più grande della Sicilia, che, dalla sua indipendenza nel 1962, ha vissuto colpi di stato, guerre civili, genocidi, pulizia etnica. Ci sono ancora, ricordano i commissari Onu, 336.999 rifugiati nei paesi vicini, e alcuni rimpatri sono avvenuti in circostanze la cui«natura volontaria» è dubbia.

Le ultime elezioni, avvenute nel 2015, erano state accompagnate dall’annuncio del presidente  Nkurunziza di volersi candidare per il terzo mandato, per molti anticostituzionale, da cui erano scaturite violenze e disordini, con centinaia di morti e la fuga di circa mezzo milione di persone dal paese.

Chi ha a cuore il futuro del Burundi non vuole che questa situazione si ripeta, e punta sui giovani, mai come ora preziosi “costruttori di pace”.

 

Foto: Manifesto antiviolenza, soprattutto domestica, che recita “Liberiamoci delle armi per evitare i drammi”, in una strada rurale nel sud del Burundi (via Istock)

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