Attualità del pensiero resistente

Dall'antichità al 900, ritratti di persone che hanno saputo dire no all'oppressione

Ieri resistere significava, per molti, uscire fuori da una società oppressa, contrastare una condizione di oppressione, organizzarsi in clandestinità per colpire il nemico. Da quella stagione resistenziale, fatta di odii, morti, atrocità, delazioni (l’elenco potrebbe continuare) è nata la Repubblica italiana che, per camminare, si è dotata della Costituzione: il frutto maturo della resistenza al nazifascismo. Se ieri bisognava stare fuori casa per opporsi al nemico, oggi occorre stare dentro casa. La resistenza è tra le mura domestiche per non aggravare, come tutti sappiamo, la situazione di contagio. Rimanere forzatamente dentro casa è sicuramente meno drammatico di ciò che si viveva negli anni della guerra di Liberazione.

La questione è complessa e bisognerà tornarci sopra per capire come siamo cambiati, speriamo in meglio. “Il dentro” per molti di noi significa anche l’avere ritrovato (finalmente) un tempo congruo per la lettura (o rilettura di testi già conosciuti e magari in parte dimenticati) e per nuove riflessioni. In questi giorni di forzata clausura ho letto con un certo gusto, le pagine che lo storico Lorenzo Tibaldo dedica al “Pensiero resistente”*. Ci si aspetterebbe una riflessione filosofica. In realtà Tibaldo cerca di cogliere quel «pensare altrimenti», quell’essere «voce fuori dal coro», scavando nelle vicende storiche di otto figure.

Si parte da lontano e da contesti tanto diversi quanto distanti nel tempo: da Socrate a Giordano Bruno, e poi Giacomo Matteotti, Dietrich Bonhoeffer, Sophie Scholl e altre figure che lascio al lettore scoprire. La spinta che ha portato Tibaldo a riscoprire questi personaggi, sulla base di una nutrita documentazione, è il convincimento che il «potere oppressivo e totalizzante è sempre presente, cambia le vesti nel tempo ma non la sua volontà di intenti (…) l’unanimismo è la morte della storia, della stessa vita umana, brodo di cultura dell’omologazione e di ogni potere pervasivo».

È interessante scoprire, nelle pagine del libro, come il resistere all’omologazione sia stato storicamente interpretato da persone che, con la loro stessa vita, hanno voluto affermare che la dignità dell’essere umano non può e non deve essere negoziabile. Quest’ultima va difesa senza compromessi ogni qual volta viene minacciata o ferita. Il bisogno di potersi esprimere e comportare liberamente è stato, nei secoli, variamente sanzionato e motivato. Oggi non è più così: siamo infatti in presenza – nota l’autore – di un «totalitarismo democratico fondato sull’avere e non sull’essere». La civiltà dei consumi è quindi una civiltà dittatoriale. Il compito del pensiero resistente è quello di smascherarla. E di cambiare radicalmente rotta: passando da una situazione di spettatore a quella di una reale partecipazione nel voler trasformare in meglio la società. Dove solidarietà, giustizia, e libertà non sono più chiacchiere da salotto ma diventano un programma di vita. E il libro ti racconta, con la passione del dissidente, chi e come ha accettato questa difficile sfida. Assai coinvolgente.

* Lorenzo Tibaldo, Il pensiero resistente, l’obbedienza non è ( sempre) una virtù. Cinisello Balsamo, Ed. San Paolo, 2020, pp. 239, euro 18,00.

Foto, Sophie Scholl
 

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