Egli non è qui, è risuscitato

A Pasqua una parola per chi è nella solitudine

Il morire in solitudine, lontani dalle persone care, è uno degli aspetti più tremendi del Coronavirus. La triste morte di nonne e nonni, madri e padri, sorelle e fratelli, amiche e amici di una vita (“non sono numeri ma persone”), che se ne vanno da soli non ci lascia indifferenti. Certo, tutti in ospedale fanno il possibile (una stretta di mano, una parola gentile), ma rimane il fatto che oggi donne e uomini, vecchi o meno, muoiono in solitudine, privi del conforto delle persone a loro care.

Anche Gesù morì così, una morte orribile: solo e abbandonato dai suoi. Circondato non da persone premurose bensì da gente che lo denigrava e si prendeva gioco di lui. Alla fine di una lotta sino alla morte, contro la morte, disperato, espresse tutto il suo senso di abbandono. «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» è il grido che si alzò dalla croce prima che Gesù, agonizzante e solo, respirasse per l’ultima volta e rendesse lo Spirito. È una scena desolante che ci tocca nel profondo.

Eppure è proprio in base a questo tipo di morte che Dio, nelle parole di James Dunn, «può sostenere sia gli individui sia i popoli attraverso il loro disorientamento e le loro domande, le loro tribolazioni e le loro agonie»Solo chi ha partecipato a una morte così – dal di dentro per così dire – può «distruggere con la sua morte colui che aveva potere sulla morte» e, di conseguenza «liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita» (Ebrei 2, 14s).

In questi giorni in cui tutti e tutte – seppur in misura diversa – siamo messi alla prova, da più parti arriva una richiesta di fare ordine e di dare senso. Coloro che dispensano senso (e buon senso), da tempo messi e messe da parte da un mondo ritenutosi autosufficiente, tornano alla ribalta. 

Davanti alla richiesta pressante di una parola spendibile, che cosa possiamo dire? Prendiamo in prestito le parole rivolte da Pietro al mendicante: «Dell’argento e dell’oro non ne ho ma quello che ho, te lo do» (Atti 3, 6). Allora, che cosa abbiamo? Né risposte né spiegazioni ma una storia che a Pasqua raccontiamo, alla quale torniamo. 

Le donne che seguivano Gesù ed erano salite a Gerusalemme con lui occupano un posto strategico in questa storia. È possibile che proprio le donne, vicine da sempre a nascite e morti, avessero già intuito che nella morte di Gesù stava il germe della vita? Non lo avevano abbandonato spaventate ma, come ora si è costretti a vegliare a distanza i propri cari, anche allora avevano vegliato Gesù osservando da lontano le sue ultime ore sulla croce. Tenendolo nel loro sguardo. Tenendolo nel loro cuore. Tenendolo nelle loro preghiere.

Nemmeno in seguito, in quel bailamme dopo il decesso, quando il suo corpo fu tratto giù dalla croce, lo avevano perso di vista. Anzi, avevano seguito le bare (le bare!) per sapere dove la salma sarebbe andata a finire, dove Gesù sarebbe stato sepolto. E non si sono arrese. Perché quando potevano di nuovo uscire (dopo il sabato) si sono recate alla tomba presto la mattina. Con gli aromi in mano erano determinate a dare al loro caro, al loro amico, fratello, maestro, il commiato giusto, degno e dovuto. Sono donne come Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Salome (“persone non numeri”) a scoprire la tomba vuota, a vedere l’angelo e a sentire le sue parole: «Voi non temete perché so che cercate Gesù che è stato crocifisso. Egli non è qui perché è risuscitato come aveva detto» (Matteo 28, 5). 

Di colpo la distanza di sicurezza è abolita, il Risorto si fa incontro alle donne e le donne si avvicinano a Gesù. Il contatto corpo a corpo, pelle su pelle, è ripristinato, le donne gli stringono i piedi. L’isolamento ha fine. La morte sconfitta. La comunione ricomposta. Saranno le donne a portare la notizia ai discepoli.

Spesso si è detto che il gruppo di donne fornisce, nel vangelo di Marco per esempio, l’anello di congiunzione tra il prima della croce e il dopo della resurrezione, tra il passato della morte e il futuro della vita. Se guardiamo la storia a partire dalla fine, invece, possiamo pensare che sono state le donne, avendo compreso ciò che Gesù aveva detto, ad aver trascinato quel glorioso futuro di vita fin dentro la valle dell’ombra della morte. Come se attraverso tutto il loro vegliare, il loro sostare, il loro osservare e il non arrendersi davanti alla morte, la resurrezione (che da un lato è ancora da venire ma dall’altro è già avvenuta) illuminasse già il presente, il loro e il nostro. 

 

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