Il bello del C.I.A.O. di Torre Pellice

E' in distribuzione da ieri nel territorio del pinerolese e agli abbonati il numero di marzo del mensile "L'Eco delle valli valdesi", dal titolo "Da vicino nessuno è normale". Ecco un articolo in anteprima

Certi articoli vanno scritti subito, appena terminato l’incontro o l’intervista, nel tentativo, vano, di restituire un briciolo di quell’entusiasmo, un pizzico almeno di quella positività che si è appena respirata. Nonostante tutto. Nonostante la disabilità, lieve, grave o gravissima dei protagonisti potrebbe portare ad altre sensazioni. La loro forza, e con la loro quella degli operatori che rendono possibile tutto ciò, trasformano quel “nonostante” in una parola inutile, di cui chi scrive si vergogna anche un po’. 

Laboratori di ceramica, di falegnameria, ripristino sentieri in montagna, gite, nuoto, kinaesthetics e comunicazione aumentativa (queste due in collaborazione con la Diaconia valdese), teatro, musica. Certo dimentichiamo qualcosa. Una vita piena.

Siamo al “Ciao” (Centro integrato Attività Opportunità) di Torre Pellice, centro diurno che da 40 anni, 33 nella stessa sede del quartiere San Ciò, accoglie donne e uomini con disabilità: «Il fondamento è il progetto individuale costruito attorno alla persona, ognuna con bisogni differenti e con differenti abilità e capacità – racconta Sara Colombari, responsabile del centro che fa capo al Ciss (Consorzio intercomunale dei servizi sociali) di Pinerolo –. Chi viene qui ottiene in cambio un progetto di vita».

22 utenti maggiorenni, cinque giorni a settimana, dalle 8,30 alle 16 e poi il rientro nelle famiglie. Un aiuto decisivo per genitori sempre più anziani, e un turbinio di stimoli per gli utenti.

Il “Ciao” ha anche adottato il vicino parco giochi del quartiere in collaborazione con il Comune, e piano piano le opere ceramiche degli utenti abbelliranno l’area, «per imparare a coltivare il bello, noi, gli ospiti e la popolazione fuori da questi spazi» ci dice Erica Bellino, educatrice. 

Un centro radicato nella società, presente nelle attività pubbliche, integrato nel territorio: «Un esempio vale in tal senso – racconta l’educatrice Fernanda Bertot: – da anni partecipiamo alle fiere del paese con un banchetto in cui vendiamo le creazioni di ceramica, legno o quant’altro, prodotti dai nostri ospiti. Ecco, se un tempo le persone si avvicinavano e compravano “per fare un favore” al centro, ora notiamo atteggiamenti differenti. Chi ci approccia lo fa per comprare qualcosa di bello. Un cambio di attitudine che è segnale di integrazione».

Da qui a dire che la società ha preso piena consapevolezza nella gestione delle persone con diverse abilità manca ancora qualcosa: «I fondi pubblici sono in calo – prosegue Colombari –; per questo è fondamentale il tempo dedicato a scrivere progetti e partecipare a bandi che possano trovare finanziamenti (la fondazione CrT è uno dei principali sponsor privati). E le barriere architettoniche, gli ostacoli a una piena fruizione di strade e strutture sono retaggio di una mentalità che sta però lentamente cambiando». I moltissimi laboratori e le collaborazioni con le scuole locali, dalle primarie alle superiori, contribuiscono a questo cambio di prospettiva perché le nuove generazioni imparano a coabitare, a capire che queste donne e uomini hanno anche loro tanto da dare al territorio. La miglior speranza per un domani differente.

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