Un vecchio nuovo punto di rottura per la Siria

A Idlib, nel nord-ovest del Paese, si vive la peggiore crisi militare e umanitaria dall’inizio della guerra. Ancora una volta, senza una via d’uscita.

Per anni, la situazione precaria di Idlib era rimasta nascosta sotto il tappeto, forse con l’illusione che l’accordo stipulato a Sochi nel settembre del 2018 tra il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e quello russo Vladimir Putin potesse bastare. Un’illusione vana, com’era facile prevedere dopo aver inviato per anni tutti i gruppi ribelli verso quell’area.

Giovedì 27 febbraio la situazione si è avvicinata ancora di più a un punto di rottura: 33 soldati turchi sono stati infatti uccisi in un attacco aereo condotto dall’esercito siriano. In risposta, la Turchia ha dichiarato di aver colpito 200 obiettivi nelle aree controllate da Damasco, uccidendo 309 soldati siriani. Molti osservatori parlano di “rischio escalation”, una definizione sorprendente se si pensa che la guerra in Siria va avanti dal 2011. Si potrebbe obiettare che il conflitto ha vissuto fasi differenti, con attori diversi e linee del fronte variabili. Eppure, c’è una costante: ovunque e in ogni momento sono stati i cittadini siriani di ogni estrazione a pagare il prezzo di questi nove anni.

Ciò che sta accadendo a Idlib rende evidente una mutazione in corso: il conflitto siriano, infatti, vive da tempo almeno due dimensioni: la guerra civile da un lato, lo scontro per procura tra potenze regionali dall’altra, con diversi attori esterni che sostengono le diverse parti per i propri fini strategici. Sempre di più, intorno a Idlib le due dimensioni si stanno sovrapponendo e si stanno trasformando in uno scontro diretto, la cui esplosione potrebbe avere profonde implicazioni ben oltre il Medio Oriente.

Quella di Idlib è l'ultima provincia siriana in cui una porzione significativa di territorio, oltretutto densamente abitata, rimane fuori dal controllo di Damasco. Con l’accordo di Sochi si era deciso di dividere i gruppi ribelli, sostenuti dalla Turchia e da diversi Paesi della Penisola arabica, e le forze fedeli al regime di Damasco, supportate dalla Russia, creando una fascia demilitarizzata lungo il confine meridionale dell’area.

Secondo l’accordo, la Turchia avrebbe avuto il compito di disarmare e sciogliere i gruppi jihadisti attivi nell’area, riconosciuti dalla comunità internazionale come organizzazioni terroristiche.

Ma se Ankara da un lato è stata molto solerte nel creare punti di osservazione ufficialmente orientati a monitorare il cessate il fuoco tra le parti, dall’altra parte ha evidentemente fallito nell’impedire il consolidamento dei gruppi jihadisti, in particolare Hayat Tahrir al-Sham (già conosciuto in passato come Jabhat al-Nusra). Il mancato rispetto degli impegni da parte di Erdogan è stato usato dalle forse russo-siriane per giustificare le moltissime violazioni della tregua, mentre l’attacco turco nel Rojava controllato dai curdi, avvenuto nell’ottobre 2019 sotto l’etichetta “Sorgente di pace”, ha dato nuova spinta all’intenzione di Damasco di riprendere il controllo della zona di Idlib, con la motivazione ufficiale di evitare il consolidamento di Ankara in un’altra regione del Paese.

L’area di Idlib non è solo decisiva per via della sua posizione geografica, all’intersezione tra le autostrade M4 e M5, che collegano Damasco, Aleppo e tutte le città più importanti del Paese, ma è anche una delle più delicate dell’intero contesto siriano, perché abitata da oltre tre milioni di persone. A distanza di pochi mesi dall’inizio delle operazioni russo-siriane nell’area, si ritiene siano ormai un milione le persone che hanno iniziato a muoversi verso nord per sfuggire ai bombardamenti, trovandosi però la strada sbarrata al momento di varcare il confine con la Turchia, un Paese che dall’inizio della guerra è luogo di transito e di accoglienza per milioni di persone.

Si tratta della più grave crisi umanitaria dall’inizio della guerra, un dato impressionante se si pensa che il conflitto, come detto, va avanti da nove anni, e a farne le spese sono le persone più fragili, tra cui bambine e bambini, esposti al freddo, alle malattie e alla denutrizione.

Come lamentano molte organizzazioni umanitarie, tra cui Unicef, l’accesso all’area compresa tra Idlib e il confine turco è quasi impossibile. Gli operatori sanitari hanno riferito all’Organizzazione mondiale della Sanità che la situazione è ormai sfuggita di mano, al punto da aver costretto l’Oms a inviare sette camion carichi con 55 tonnellate di medicine e forniture mediche soltanto per rispondere alle immediate necessità, sapendo bene che lo sforzo in questo momento non può che essere parziale.

Tuttavia, nelle ultime 24 ore la situazione si è evoluta anche in questo senso: mentre ci si avvicina a un conflitto aperto tra i due eserciti, Ankara ha dato indicazione alla polizia di frontiera, alla Marina militare e all’esercito di non fermare i profughi siriani ai confini. Di conseguenza, sono migliaia le persone che hanno cominciato ad attraversare la frontiera e moltissime sono anche quelle che hanno cominciato a muoversi verso Grecia e Bulgaria con lo scopo di raggiungere l’Europa.

All’improvviso, quindi, il conflitto siriano torna a riguardarci direttamente. La Turchia, in realtà, minaccia spesso di riaprire la rotta migratoria che attraversa i Balcani e punta verso la Germania e la Scandinavia, una rotta che al suo apice nel 2015 aveva visto un milione di persone raggiungere il cuore dell’Europa o fermarsi in Grecia, dove ancora vivono in condizioni tragiche nei campi profughi. Finora, tuttavia, non si era mai andati oltre le minacce, ma la decisione di giovedì sembra mettere la parola “fine” all’accordo stipulato con l’Unione europea, costato circa 6 miliardi di euro a Bruxelles.

Da questo punto di vista, la brutta notizia è che la tattica di Ankara potrebbe dare i suoi frutti: in questi anni i governi europei si sono sempre mostrati molto spaventati dalla prospettiva di una riapertura della rotta migratoria che collega la Siria all’Europa, cedendo di volta in volta alle richieste turche, senza avere il coraggio di portare invece avanti una politica radicale di accoglienza, che potrebbe in parte depotenziare proprio uno degli attori in guerra.

Ancora una volta, quindi, Erdogan ha in mano lo strumento ideale per forzare la mano, e ha ottenuto sin da subito una riunione d’emergenza della Nato, ritenendo che la sua integrità territoriale, indipendenza politica e sicurezza siano minacciate dalle azioni in corso in Siria. Oggi l’alleanza atlantica non ha nessun ruolo ufficiale nel conflitto, ma ai sensi dell'articolo 5 del Trattato di Washington, che richiede a tutti gli alleati di difendersi da un altro membro sotto attacco, sarebbe chiamata a intervenire. Tuttavia, intorno a questa decisione non c’è nessuna unità tra le parti, soprattutto alla luce del rapporto difficile con l’alleato turco e le sue azioni regionali.

In questo quadro, il dialogo tra Russia e Turchia, che ha caratterizzato gli ultimi quattro anni di conflitto, è sempre più teso e privo di prospettive. Fin dall’inizio del suo intervento in Siria nel 2015, Putin era riuscito a portare avanti sia il sostegno militare Damasco sia lo sviluppo di una collaborazione strategica con la Turchia, ma queste settimane portano con sé diverse domande. Anche se ufficialmente la Russia è schierata dalla parte di Assad, sembra improbabile che i rapporti con Ankara vengano rotti. Più realisticamente, Putin potrebbe far valere a propria influenza su Damasco per fermare l’avanzata siriana, diventando ancora una volta l’ago della bilancia della situazione e consolidando la propria via preferenziale alle città della costa, come Latakia e Tartus, oltre a evidenziare per l’ennesima volta che l’unica via di risoluzione delle tensioni nel Paese oggi è quella di detenere la maggior potenza militare, da dispiegare o da utilizzare come deterrente per ulteriori passi in avanti.

La partita a scacchi siriana entra dunque in un’altra fase, in cui le forze in guerra dovranno compiere nuove scelte oppure rinviare ancora una volta il problema di Idlib a ipotetici momenti di soluzione politica, nascondendo ancora una volta la polvere, o meglio le macerie, sotto il tappeto. Ma quanto può durare una partita che da nove anni si gioca interamente con “pedine” locali?

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